Un volta eravamo davanti noi e, come cantava Paolo Conte  raccontando con al sua voce roca da jazzista triste, le imprese di Gino Bartali sulle strade del Tour li facevamo “incazzare” i francesi. E anche parecchio. Ma erano altri tempi. Ora davanti a tirare ci sono loro, soprattutto nell’economia che conta di più, quella del lusso, dei grandi nomi e delle grandi firme. Così dopo Bulgari, Loro Piana, Fendi, Pomellato e dopo la storica pasticceria Cova in via Montenapoleone a Milano,  i francesi ci “rubano” anche le biciclette.

E che bici, perché Pinarello, storico marchio delle due ruote da corsa Made in Italy, è una fabbrica di fuoriserie che sta alle due ruote come la Ferrari alle auto sportive. I nostri si staccano un po’ e in sella dell’azienda trevigiana a pedalare sale il private equity L Catterton, nato dalla partnership fra il gruppo del lusso francese Groupe Arnault (holding company di Bernard Arnault, patron di Lvmh) e il fondo americano Catterton.

Un’operazione di cui si parlava da tempo, che vede il fondo rilevare le quote di maggioranza dell’azienda con l’obbiettivo di espandersi sui mercati internazionali e ampliare la rete di vendita con l’apertura di nuovi concept store in diverse città. Pinarello quindi cambia rapporto, cambia bandiera e si prepara a conquistare le grandi città commerciali del mondo, da Tokyo a New York, da Dubai a Londra.

”Ci apprestiamo a scrivere una nuova pagina della nostra storia” – spiega Fausto Pinarello, l’amministratore delegato  che in questi anni ha avuto il merito di trasformare in un marchio internazionale un’azienda familiare –  “ma rimane la tradizione della nostra azienda, che continuerà ad essere guidata dal team che l’ha resa unica nel mondo e che vedrà aprirsi a nuove possibilità di crescita, mantenendo ben salde le nostre radici e la capacità di creare prodotti innovativi e di altissima qualità”.

La Cicli Pinarello, fondata a Treviso nel 1952  da Giovanni “Nani” Pinarello con il  fratello Carlo, inizialmente produceva solamente bici da passeggio. Poi è diventata ciò che è oggi, uno dei marchi top del ciclismo mondiale anche a livello professionistico. Si potrebbe riempire un album di figurine  mettendo insieme i grandi campioni che hanno pedalato e pedalano sulle Pinarello, da Miguel Indurain a  Jan Ullrich, da Bradley Wiggins a Chris Froome, solo per citare i più recenti.  Il fondo rileverà la maggioranza dell’azienda ma Fausto Pinarello continuerà a guidare il business dall’headquarter di Treviso e deterrà una “minoranza rilevante”, sottolinea un comunicato dell’azienda.

La società, nell’ultimo esercizio 2015/2016, ha raggiunto un fatturato di 52 milioni, per il 90% realizzato all’estero, conta oltre 50 dipendenti e produce 30mila pezzi l’anno tra bici e telai, con investimenti in ricerca e sviluppo pari al 4% del fatturato. Ciò detto, è un altro pezzetto del Made in Italy che passa nelle mani dei “cugini”. Un po’ si volta pagina, anche se nel segno di una tradizione che ha tutto l’interesse a conservare il fascino di un storia italiana, soprattutto in questo settore un valore aggiunto: “Siamo emozionati di affiancare Pinarello” – spiega Andrea Ottaviano, managing partner di L Catterton Europe – “È un’azienda che è stata capace di posizionarsi come il marchio di bici da corsa nel mondo, realizzando prodotti di incomparabile qualità e bellezza…”.

C’era una volta Pinarello e ci sarà per sempre, ma dovremmo abituarci a pronunciarla con l’accento. Come fanno i francesi… E ora tocca a noi “incazzarci” un po’…

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