Un fotogramma dal video diffuso da My Stealthy Freedom sulla fatwa contro le donne in bicicletta

Un fotogramma dal video diffuso da My Stealthy Freedom sulla fatwa contro le donne in bicicletta

Continua la discriminazione culturale e religiosa contro l’uso della bicicletta da parte delle donne. In Iran l’ayatollah Khamenei, guida spirituale del paese a regime teocratico, ha disposto una fatwa (la dispensa a qualunque musulmano di punire corporalmente, fino all’uccisione, chi contravvenga all’ordine) nei confronti delle donne che osino usare la bicicletta in pubblico. Per la legge dello stato non esiste un capo d’accusa specifico, ma chi è trovata in sella rischia comunque il carcere.

La motivazione è che la bicicletta espone la società alla corruzione e minaccia la castità femminile. A luglio un gruppo di donne in bici sono state arrestate, e gli è stato fatto giurare di non ripetere la provocazione. Ma in Iran la bicicletta è molto amata dalle donne, che vedono in essa un motivo di indipendenza, autostima, emancipazione. Ecco quindi arrivare la fatwa, dopo il ripetersi un po’ ovunque delle pedalate e sopratutto dei post sui social network con le promesse di tenere duro contro il divieto da parte delle donne.

La campagna, subito associata all’hashtag #iranianwomenlovecycling, è stata diffusa da My Stealthy Freedom, un blog a difesa del diritto delle donne iraniane di scegliere se indossare o meno l’hijab (il velo) creato da Masih Alinejad, una giornalista esule negli Stati Uniti. Un video con una madre e sua figlia in bici che reclamano contro la fatwa ha avuto in breve tempo oltre 100.000 visualizzazioni sulla pagina Facebook di My Stealty Freedom.

Ma l’orgoglio femminile ciclistico iraniano ha una radice sicuramente più profonda, o perlomeno trasversale delle questioni di genere. È dalla fine dello scorso anno che in Iran sta prendendo piede un nutrito movimento car free (per una concreta riduzione dell’uso dell’automobile privata nelle città) e a favore della bicicletta. Alle numerose pedalate contro l’inquinamento e a difesa dello spazio pubblico hanno preso parte anche molte donne, in bicicletta, esponendosi così alla riprovazione del clero fino alla fatwa.

Questa ulteriore discriminazione contro le donne, odiosa proprio perché avversa a un mezzo così importante per l’identità di donna e di cittadina, dice quindi due cose importanti. La prima e più scontata è che alcune culture sembrano a tutti i livelli inadeguate ad accogliere le sfide che il nuovo millennio porta con sé; la seconda, è che andare in bicicletta non è un vezzo, o peggio un vizio, ma un gesto concreto di cittadinanza attiva. Sono infatti le donne ad essere il principale motore di rinnovamento in Iran, con la la loro energia creativa e la loro perseveranza. Essere contro la bicicletta per le donne è essere non solo contro la bicicletta in sé, ma contro il genere femminile e contro il cambiamento.

Noi di CycloPride Italia siamo al fianco delle donne di ogni età e paese, continuando con la nostra scuola di bicicletta #mammeinbici. Sostieni il progetto!

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