Ieri si è tenuta la conferenza stampa di OFO Bike per il lancio del servizio di bike sharing “station free” nel Comune di Milano. Era prevista per il 12 ottobre, è stata rimandata.

Ritardo utile, perchè nel frattempo OFO ha effettuato un test gratuito, e ha potuto già rispondere a domande che quel test ha generato.I nuovi servizi di bike sharing in free floating a Milano sono  al centro di un’appassionata discussione: Funziona? Non funziona? Renderà la città intera un disordinato deposito di biciclette? E gli atti vandalici sui mezzi? Buona parte di queste domande sono state scatenate da un paio di foto dove alcune bici riposavano nel fondo delle acque della Darsena, e una era parcheggiata appesa al ramo di un albero.

In realtà il fenomeno è contenuto, (pochissimi punti percentuali, in linea con analoghi servizi erogati, per esempio, a Berlino) ma se ne parla come “del fenomeno” legato al free floating. E questo non ci meraviglia: la foto di una bici appesa a un albero fa notizia, la foto con una bici parcheggiata educatamente al bordo di un marciapiede, no. E così vengono pubblicate solo foto del primo tipo, con una evidente distorsione informativa (che i social networks non aiutano a contenere).

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Alcuni rilievi oggettivi invece possono essere fatti (e li ha fatti il Sindaco della capitale meneghina, ospite della conferenza stampa):

  • le bici a parcheggio libero contribuiscono a colmare il problema dei pochi stalli di Bike Mi in periferia, e permettono di soddisfare più capillarmente la richiesta di coprire pedalando il cd “ultimo miglio” fra la fermata di un mezzo pubblico e la destinazione finale;
  • Mettere 12.000 bicilette in più a disposizione dei cittadini di Milano non può che favorire la promozione della ciclabilità. Certo, “ben altro” andrebbe fatto, ma il Comune, con il lancio della fase realizzativa del PUMS (Piano Urbano Mobilità Sostenibile) si sta impegnando anche su fronti strutturali.
  • Sul parcheggio selvaggio di queste bici, quando l’uso non sarà più gratuito, scatteranno anche le sanzioni, di concerto con la Polizia municipale (“non faremo sconti ai vandali“): il gps, oltre a permettere di trovare la bici in zona, segnala anche l’identità dell’utente che ha usato il mezzo impropriamente.

E adesso parliamo di Ofo Bike, a partire dalla sua nascita.

2014: a Pechino un universitario, Dai Wei, lancia il servizio di bike sharing station free nel campus dell’Università. Il successo esplosivo gli consente in breve di trovare finanziamenti per lo sviluppo del progetto, fino all’investimento, nel 2017, di 700 milioni di euro da parte di Ali Babà (“l’Amazon cinese”, che è anche il più grande sito di ecommerce al mondo).

Ofo diventa, in tre anni, leader worlwide, presente oggi in 180 città di 20 Paesi con 10 milioni di bici su strada, 4 miliardi di tragitti compiuti , 13 milioni percorsi ogni giorno. Ma soprattutto con l’obiettivo, nel 2018, di moltiplicare per due tutti questi numeri.

Sono cifre impressionanti, e impressionante il loro impatto positivo sull’inquinamento atmosferico e sulla mobilità: 3.000 tonnellate di co2 risparmiati , 300.000 auto tolte dalle strade ogni giorno. Non so se mi spiego.

C’è un’altra caratteristica di OFO che a noi piace molto. Al contrario di alcuni competitors non nasce come azienda produttrice di biciclette, ma come attività di sharing economy, o, come va di moda dire adesso, di “internet delle cose”. Non vendono solo un servizio, ma uno stile di vita evoluto. Questo DNA particolare si manifesta anche nell’attenzione che l’Azienda pone alla propria responsabilità sociale: flotte di biciclette regalate in Malawi alle ragazze per raggiungere la scuola in modo sicuro, i proventi del 17 di ogni mese donati al programma “Trasforming our World”, sostegni finanziari all’ONU per sviluppare progetti innovativi a tutela dell’ambiente e della mobilità sostenibile.

E allora benvenuto a Milano free floating, benvenuta OFO bike!

 

Ps sapete cosa vuol dire “OFO”? Nulla! Sono solo tre lettere che messe insieme disegnano la silhouette di una bici. Insomma, un ideogramma: sono cinesi, no?

 

 

 

 

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