Scena prima:

Piove, piove da cinque giorni. Stamattina, mentre in garage prendevo la mia bicicletta e indossavo la cerata, sentivo i rumori dalla strada. Clacson isterici, rombi di auto arrabbiate, qualche sgommata. Le strade, come sempre quando in una città italiana piove, erano ingorgate. E ho immaginato gli automobilisti, forse miti padri di famiglia o eleganti signore bene educate che dentro la loro scatola di metallo, bloccati nel traffico, in ritardo sul lavoro, estenuati dallo “stop and go”, si erano trasformati in animali senza freni inibitori, plebaglia maleducata capace di rivolgere pensieri omicidi e parole irripetibili alle altre vittime/carnefici dell’ingorgo (remember, automobilista: tu non sei nel traffico. Tu sei il traffico). Un suono mi ha particolarmente colpito: quello di un clacson che sembrava inceppato. Ho contato fino a centosessantadue prima che la mano anonima dell’automobilista pazzo di rabbia smettesse di pigiarlo. Forse non sarebbe arrivato a uccidere qualcuno, ma certamente  quell’uomo sarebbe arrivato in ufficio nero di rabbia contro il mondo.

Poi sono uscito. Via Ripamonti e tutte le strade limitrofe erano bloccate, completamente bloccate.

E li ho visti i visi di quegli automobilisti, già stanchi di primo mattino, contratti  dallo stress, che imprecavano contro il traffico o contro altri automobilisti a cui avrebbero, in altro contesto, rivolto forse un sorriso.

Scena seconda:

Protetto dalla mia cerata (remember, ciclista: “non esiste il cattivo tempo, esiste solo un cattivo equipaggiamento“) prendo una strada secondaria che mi porta in ufficio. Pedalo lento, i rumori di fondo del traffico mi fanno venire in mente l’articolo che state leggendo, e mentalmente comincio a scriverlo. Poi mi fermo, un po’ ostentatamente, davanti alle strisce pedonali, lasciando passare una signora incredula (a volte mi piace ostentare il mio senso civico: ognuno ha i suoi difetti). E arrivo in ufficio. Perfettamente asciutto, perfettamente puntuale, piacevolmente tonificato da quel quarto d’ora di pedalata e contento di aver evitato il siparietto del consueto inferno metropolitano al mattino con la pioggia.

Epilogo:

Mentre pedalavo mi è venuto in mente Montaigne. Non è che mi venga in mente sempre Montaigne mentre pedalo, ma sto leggendo proprio in questi giorni una sua bella biografia (“Montaigne. L’arte di vivere” di Sarah Bakewell, Fazi Editore), e domani uscirà per Bompiani una nuova edizione dei sui Saggi.

Mi dicevo ” Guarda che meraviglia pedalare sotto la pioggia mentre il resto di Milano è in preda a una crisi isterica collettiva” ma pensavo anche che su 10 persone che avessi interpellato, nove ( o forse tutte e dieci ) mi avrebbero detto che usare la bici anche in una giornata come questa era da matti, da eccentrici o da maniaci delle due ruote. Non è così, oggettivamente non è così: quando piove usare la bici è molto  più piacevole, e razionale, che prendere l’auto.

Se non ci provi, non ci credi, ma poiché non ci credi, non ci provi. Si chiama forza dell’abitudine (e sottolineo la parola forza), che ci impedisce di guardare le stesse cose da un punto di vista diverso da quello consueto. E qui entra in gioco Montaigne, il Maestro della relatività delle cose, il Fuoriclasse del pensiero libero e anti ideologico. Lui la chiamava “l’imperio della consuetudine”.

Scrive Montaigne:

Ognuno chiama barbarie quello che non è nei suoi usi; sembra infatti che noi non abbiamo altro punto di riferimento per la verità e la ragione che l’esempio e l’idea delle opinioni e gli usi del Paese in cui siamo. E’ solo qui la religione perfetta, il perfetto governo, l’uso perfetto e compiuto di ogni cosa” .

E aggiunge in un’altro dei suoi saggi:

Le leggi della coscienza, che noi diciamo nascere dalla natura, nascono dalla consuetudine; ciascuno, infatti, venerando intimamente le opinioni e gli usi approvati e accolti intorno a lui non può disfarsene senza rimorso né conformarvisi senza soddisfazione… E le idee comuni che vediamo aver credito intorno a noi e che ci sono infuse nell’anima dal seme dei nostri padri, sembra che siano quelle generali e naturali. Per cui accade che quello che è fuori dai cardini della consuetudine lo si giudica fuori dei cardini della ragione; Dio sa quanto irragionevolmente, per lo più.”

Insomma, se leggessimo più Montaigne ( Michel De Montaigne, per l’esattezza), andremmo in bici anche sotto la pioggia. E smetteremmo di scannarci per le nostre idee religiose e politiche, di odiare il diverso perché è diverso e solo per quello, converseremmo di più e urleremmo di meno.

Ma accontentiamoci di pedalare. Si chiama “politica dei piccoli passi”: un approccio che a Montaigne sarebbe piaciuto.

 

Cosa ne pensi?