Un alimentarista mi prescrive, sulla base dei risultati di ricerche scientifiche inconfutabili, di  invertire la sequenza delle portate, e di mangiare prima la frutta, poi una bella bistecca e infine, come dessert, un piatto di spaghetti alla matriciana.

Io penso, come probabilmente  chi mi sta leggendo: “quello è matto – oppure – avrà ragione, ma l’amatriciana a fine pasto se la mangia lui – o anche – tutte fesserie“.  Non mi sono antipatici gli alimentaristi, ma un consiglio del genere si opporrebbe a un’abitudine profondamente radicata della  vita quotidiana mia e di chi mi sta intorno, come bere il caffè al mattino o leggere lo stesso giornale da vent’anni. Sono  abitudini che sembrano invincibili.

Anche pensare che le strade siano delle automobili e delle moto e che gli altri utenti della strada siano ospiti (peraltro indesiderati) è un’abitudine radicata: dalla fine della seconda guerra mondiale abbiamo vissuto la lenta rivoluzione delle automobili che hanno preso il posto di pedoni e biciclette, fino a sostituirli del tutto, fino a farci pensare che questo “è lo stato naturale delle cose“. Oggi sembra naturale (anche a chi va in bici) che l’auto e la moto impongano il loro ritmo, e che automobilisti e motociclisti si irritino se un ostacolo (…gli altri utenti della strada diventano “ostacoli”…) li rallenta, o che suonino il clacson per  dire “spostati, che arrivo io, l’Uomo a Motore”.

Questi comportamenti non nascono  da maleducazione o da mancanza di rispetto ma dalla sincera convinzione che “le strade siano fatte per le automobili”.

Ecco perché la notizia che a Milano, da marzo, il centro storico sarà  sottoposto a divieto di superare i 30 km all’ora è una notizia importante, per alcuni versi storica: per la prima volta una grande metropoli dice agli italianii: “ehi, chi l’ha detto che gli automobilisti sono padroni di tutte le strade? Ce ne sono alcune, meta  di turismo e di shopping, piene di monumenti e di gente che vuole passeggiarci e pedalarci  dove sono le auto che devono sentirsi “ospiti” e comportarsi come tali”.

Ma il punto non è solo questo: il punto (più importante) è che con più zone trenta la città di Milano sarà più sicura, ci saranno meno incidenti stradali e quelli che continueranno ad esserci saranno meno gravi. Lo dicono le statistiche, e lascerei la parola a loro (alle statistiche):  a Reggio Emilia l’aumento di ZTL (zone a traffico limitato) ha  fatto diminuire del 10% il traffico a motore, e diminuire dell’8% il numero di incidenti. E’ tanta roba, credetemi.

Le zone trenta non sono fatte contro gli automobilisti, non sono fatte a favore dei ciclisti. Nascono per aumentare la sicurezza e la qualità della vita di TUTTI i cittadini: automobilisti ciclisti motociclisti pedoni.

Non è una battaglia politica o ideologica contro qualcosa o a favore di qualcuno, è una scelta di civiltà e di modernità.

E’ prevedibile che dopo un po’ di tempo in queste zone  chi non sarà davvero costretto a usare la macchina alla fine preferirà usare i mezzi pubblici, o andare a piedi, o in bici,  perché avrà scoperto che sono quelli i mezzi più veloci in città, e magari avrà scoperto che lasciare la macchina in garage è anche più piacevole.

E’ successo in tutte le grandi capitali europee dove queste regole esistono da dieci anni (in Germania fra il 70 e il 90% della popolazione che vive in una grande città abita in una “zona 30”).

E così inizierà a crescere, piano ma irreversibilmente, un nuovo modo di muoversi in città, una nuova cultura della mobilità. Perché l’educazione, come l’inglese, si impara allenandosi ogni giorno, anche se, all’inizio, i compiti siamo costretti a farli controvoglia.

E’ questa la scelta di una  “Milano Zona30”: una rivoluzione culturale.

E poi avremo un centro più bello dove passeggiare, meno inquinato, più silenzioso, più sicuro per i nostri figli, più piacevole per noi che ci viviamo e per i turisti che ci vengono a visitare e portano tanti soldi, più adatto a promuovere il commercio.

Le polemiche su questa ordinanza, già iniziate, se le porterà via il vento dei risultati  e dopo un po’ , mentre percorreremo tranquilli in bici o a piedi una via fino a qualche mese prima intasata di auto (magari anche noi eravamo in una di quelle auto) ci sembrerà così strano il ricordo di quel traffico feroce, e impossibile e folle l’idea di tornare indietro.

Cosa ne pensi?