È un virus resistente almeno quanto sfuggente: la ricerca e la profilassi non sono riuscite a intaccarne la diffusione, ormai endemica. Colpisce la parte più smart della popolazione, quella che sceglie le due ruote come mezzo di trasporto quotidiano, e non lascia scampo: chi ne è colpito, può morire sul colpo. La scienza non è riuscita a mettere a punto un vaccino, un farmaco, anche se l’HGV non muta, è praticamente uguale a sé stesso da quando è iniziato il monitoraggio scientifico, cioè dal 2011. Com’è noto, l’HGV è stato isolato e sembra diffondersi da Londra, dove purtroppo continua a mietere vittime.

Microfotografia del HGV nel tessuto urbano, con bene in evidenza gli anticorpi, purtroppo arrivati in ritardo a contrastare l'infezione.

Microfotografia di un HGV nel tessuto urbano, con bene in evidenza gli anticorpi, purtroppo arrivati in ritardo a contrastare l’infezione (ph.: Evening Standard).

Due le vittime italiane, morte ad appena una settimana l’una dall’altra: Lucia Ciccioli (32 anni) e Filippo Corsini (21 anni), quest’ultimo tre giorni fa. Da noi per ora nessuna psicosi, dato che il contagio dei nostri connazionali è avvenuto appunto a Londra. Ma c’è chi sostiene – la fonte ha voluto mantenere l’anonimato – che in realtà anche in Italia l’infezione sia diffusa da tempo. È proprio sulla capitale della Brexit – da vedere forse come un estremo tentativo di quarantena? – che in ogni caso la scienza continua a tenere i suoi strumenti puntati. Come si sa Mary Bowers, il Paziente Zero, è anch’essa londinese.

A tutt’oggi, Mary è anche l’unica a essere sopravvissuta a un attacco diretto del virus killer anche se, purtroppo per Mary e i suoi cari, sopravvivere è la parola giusta. In effetti, l’allargarsi delle segnalazioni sembra suggerire come l’HGV possa in molti casi lasciare in vita le sue vittime, anche se mai per una vita normale. Il contagio di Mary (5 novembre 2011) ha in seguito provocato la più grande campagna di profilassi contro l’HGV (e altri virus) che il mondo abbia conosciuto. Ma non è bastato. Pare che, come per molte patologie, la prevenzione sia l’arma migliore: da un sondaggio fatto a caldo dopo la morte dei nostri connazionali, solo pochi degli intervistati conoscessero l’HGV e il suo decorso letale.

La mutazione genetica proposta dai ricercatori della LCC: nella seconda immagine, la membrana esterna del virus è resa "trasparente" al suo DNA

La mutazione genetica proposta dai ricercatori della LCC: nella seconda immagine, la membrana esterna del virus è resa “trasparente” al suo DNA

Le autorità londinesi, dal canto loro, investono da tempo enormi cifre per prevenire l’infezione, ma anche ciò sembra non avere effetto. Cosa si può fare quindi per limitare le vittime? Un piccolo gruppo di ricercatori indipendenti sembra aver trovato una soluzione. “Abbiamo pensato che fosse proprio la resistenza alla mutazione a costituire il tallone d’Achille del virus”, – ha dichiarato un portavoce della London Cycling Campaign. “Con adeguati trattamenti di ingegneria genetica, possiamo far mutare il virus, rendendolo così relativamente inoffensivo.”. I risultati della ricerca sono stati resi noti alla comunità scientifica internazionale, ma fin’ora le diverse amministrazioni competenti, non solo inglesi, hanno mostrato, come si dice, di avere “il braccino corto”.

Una ricostruzione grafica del virus HGV secondo la mutazione proposta da LCC (courtesy LCC; London)

Una ricostruzione grafica del virus HGV completo, secondo la mutazione proposta da LCC; si noti la membrana nucleare completamente aperta (courtesy LCC; London)

Possiamo quindi, abbandonati a noi stessi, sperare di non essere mai contagiati da questo terribile oltraggio, e soprattutto che le autorità di tutto il mondo prendano i provvedimenti necessari. Resta grande la tristezza e la solidarietà alle vittime.

Aver appreso della tragica morte di Lucia Ciccioli, e pochi giorni dopo di quella di Filippo Corsini, entrambi morti sotto un camion per non essere stati neanche visti dal conducente, mi ha gettato nello sconforto più totale. Mentre scorrevo gli aggiornamenti sulle due tragedie che si sono susseguiti sui siti web dei quotidiani, mi aveva colpito l’assonanza tra HGV (Heavy Goods Vehicles, il modo in cui in Europa sono ufficialmente denominati i mezzi pesanti) e le sigle che identificano i virus (come il tristemente famoso HIV). Avevo deciso di scrivere sull’argomento, ma il fatto che nulla fosse cambiato dalla tragedia da cui tanta parte del moderno cicloattivismo ha preso l’avvio, cioè l’investimento da parte di un HGV di Mary Bowers, e la campagna planetaria Cities Fit for Cycling (2012) del «The Times», dove Mary era stata appena assunta a 28 anni, ha trasformato il mio sconforto in incazzatura. Brutta, anche. Brutta, perché nel 2016 è assurdo che le persone in bicicletta possano ancora morire orribilmente schiacciate da un camion, in una città moderna e vitale, o dovunque altro. Riflettendo anche su questo, ho quindi deciso di comunicare il mio disagio usando l’ironia, che però mal si addice a fatti così tragici: sono il primo a rendermene conto. Ma ho anche pensato che un tono cronachistico, accorato, indignato, o peggio risentito, non sarebbe servito più a granché. Chiedo quindi scusa in anticipo ai familiari di Lucia e Filippo, se la mia ironia sulla loro tragedia, tragedia che è anche la mia, dovesse offenderli; e anche a Mary, ai suoi familiari e a ogni altro soggetto coinvolto dal mio scritto, come potrebbe essere la LCC, o ai lavoratori sugli HGV. E anche a voi. 

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