Leggo sempre con interesse gli editoriali di Paolo Pinzuti su Bikeitalia, compreso “L’ignoranza al potere” del 16 giugno scorso dedicato alla pur prevedibile assenza di amministratori e tecnici italiani a Velo-city, il maggiore simposio internazionale dedicato alle politiche della ciclabilità.

È una polemica che si ripete ogni anno negli ambienti del cicloattivismo, e che vede regolarmente commenti più o meno accorati. Da quando è uscito quest’ultimo, mi sono come al solito messo a riflettere – ad esempio del perché non ci fossi andato io, dandomi subito la risposta: esserci costa almeno € 1000,00, escluse le spese – sui motivi di questa prevedibile, ma comunque grave mancanza da parte di un paese come il nostro, oppresso da politiche miopi prima che da una motorizzazione indiscriminata.

Avevo deciso di mollare il colpo – i motivi sono in fondo gli stessi da sempre – ma è stato un ulteriore lancio di ieri dello stesso articolo via Twitter, in seguito alla morte di un avvocato milanese che usava tutti i giorni la bici per andare a lavorare, Franco Rindone, che mi ha convinto a rispondere alla vexata questio. Aver accostato l’assenza dei nostri amministratori e tecnici in materia di mobilità da Velo-city anche alla ultima tragica morte di un cittadino in bici non mi è sembrato utile.

Paolo Pinzuti, che si appella a Luigi Einaudi, nel suo vibrante editoriale non fa ipotesi, limitandosi a denigrare gli amministratori e i tecnici italiani, forse a ragione, ma secondo me senza un gran costrutto. Nonostante sia in linea di massima comunque d’accordo con lui, credo sia meglio provare a mettere nella giusta ottica la questione, che è importante e proprio per questo va affrontata in modo equilibrato: spero di riuscirci io.

Provo quindi a farlo, fosse la tanto vituperata assenza il vero problema della ciclabilità in Italia, con la formula tipica del web di questi tempi, ovvero: in 5 punti.

Primo: I politici nazionali, gli amministratori locali e i tecnici italiani spesso non parlano l’inglese.

Matteo Renzi in una delle prese in giro sul web del suo inglese.

Le sessioni di lavoro a Velo-city sono in sede internazionale e in inglese, e la cosa più interessante è (credo) la possibilità non solo di ascoltare e comprendere le relazioni, ma fare networking con gli ospiti che da tutto il mondo si riuniscono per parlare di politiche per il rinnovamento urbano. Non solo è facile allacciare relazioni molto utili, ma è anche divertente. Se non sai l’inglese, sei automaticamente tagliato fuori da tutto ciò. L’inglese in Italia è una lingua diffusa, ma non così tanto nella classe politica, e tra coloro i quali occupano posizioni di rilievo negli uffici tecnici comunali, o regionali. Salvo rare eccezioni – che si occupano di tutt’altro, che di ciclabilità – la media dell’inglese è quella parlata da Matteo Renzi, o da Silvio Berlusconi, per fare un esempio bi-partisan. Per Velo-city è purtroppo un po’ pochino.

Secondo: I politici nazionali, gli amministratori locali e i tecnici italiani spesso non vanno in bicicletta.

Il ministro dei Trasporti e delle Infrastrutture, Graziano Delrio, raggiunge la sede del Ministero, per il suo primo giorno di lavoro, in bicicletta, 3 aprile 2015 a Roma. (ANSA/ PALAZZO CHIGI – TIBERIO BARCHIELLI)

A dire il vero, non solo non ci vanno, ma si farebbero togliere volentieri un organo interno pur di non andarci. Salvo, ad esempio, il ministro Delrio e altri, come avrò modo di dire più avanti. La maggioranza dei decisori non è infatti culturalmente preparata al cambiamento in atto, che non investe solo la mobilità individuale, ma è di portata storica e come tale è enorme, in ogni caso ben oltre i confini del Bel Paese. Per la maggior parte di loro, come dice bene Paolo, la ciclabilità è un riflesso pavloviano che è codificato come segue: tu-chiede-ciclabile-io-fare-ciclabile, senza capire, di nuovo, che il ritorno globale alla bicicletta come mezzo di trasporto individuale è solo una parte di questo cambiamento. Non capiscono semplicemente tutta l’agitazione di quei rompicoglioni dei ciclisti, e infatti li chiamano “ciclisti”, senza capire che sono prima di tutto cittadini.

Terzo: I politici nazionali, gli amministratori locali e i tecnici italiani spesso non vogliono il cambiamento.

“Se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi”

Non voglio proprio dire che non gliene frega niente, ma intanto vorrebbero meno rotture di palle possibile, che già c’hanno l’opposizione – a turno, l’una o l’altra – e i problemi economici, poi anche la bicicletta, e stai fresco. Perché dovrei farmi vedere in bicicletta, anche se solo in campagna elettorale, quando posso benissimo sfoggiare la mia vetturetta, magari ibrida o full-electric? Prova ne è che anche chi in bicicletta va davvero tutti i giorni o quasi, come il ministro Graziano Delrio, ha deciso per la convinta promozione – e per il finanziamento – del cicloturismo in primis, non del ciclismo come mobilità individuale quotidiana. Il cicloturismo è una buona prospettiva, ma non toglie nulla: “Se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi”, come si sentì dire il Gattopardo. Delrio sta anche promuovendo attivamente il trasporto pubblico locale e regionale, dopo la sbronza ad alta velocità degli anni passati, ma niente, dico niente, per limitare nei fatti l’uso dell’automobile privata.

Quarto: I politici nazionali, gli amministratori locali e i tecnici italiani spesso non credono nell’efficienza e nella produttività data dalla diffusione della bicicletta come mezzo di trasporto individuale.

Il traffico in una città dove si è scelto di limitare concretamente l’uso dell’automobile privata.

Lo si dice e lo si ridice da ogni parte – soprattutto in inglese, mi rendo conto – che la bicicletta è un business miliardario, una “igiene del mondo” che si combatterebbe senza sparare un colpo, la nuova frontiera dell’economia, etc. ma, alla fine, nessuno ci vuole credere. Almeno, in Italia: altrove, fanno a botte. Perché per ottenerne benefici economici, che annaspando si cercano dove per lo più non ci sono, bisogna appunto combattere. In Italia, contro il falso diritto che ogni cittadino crede di avere non solo nel possedere, ma anche di usare l’automobile di proprietà come, dove e quando gli pare. Perché è di questo che si tratta. Di solito, a ogni pedonalizzazione, o riduzione della sosta disponibile su spazio pubblico, i cittadini italiani si infuriano perché viene violato il sacrosanto diritto di cui sopra. Se però torniamo a dare un’occhiatina a quella triste commedia che è ormai diventata la Costituzione della Repubblica Italiana, leggiamo (Art. 16, Libertà di Circolazione): “Ogni cittadino può circolare e soggiornare liberamente in qualsiasi parte del territorio nazionale, salvo le limitazioni che la legge stabilisce in via generale per motivi di sanità o di sicurezza. Nessuna restrizione può essere determinata da ragioni politiche.”. Non c’è scritto che la circolazione debba avvenire “con automobili private”, mentre la prima legge dello Stato tutela giustamente la sanità e la sicurezza dei cittadini, sensibilmente minacciate ad esempio da un uso indiscriminato dell’automobile privata.

Quinto: I politici nazionali, gli amministratori locali e i tecnici italiani spesso non vanno ad ascoltare gli esperti internazionali neanche se vengono in Italia, e se c’è la traduzione simultanea.

Gil Peñalosa ospite di Velo-city Global, Vancouver 2012.

Quando noi di CycloPride Italia avemmo la possibilità economica – sono cose che costano un casino di soldi, tra compensi, spese, etc. – di invitare per la prima volta in Italia una delle star delle passate edizioni di Velo-city, cioè Gil Peñalosa, in assoluto tra i massimi esperti di rinnovamento urbano con all’attivo interventi in 200 città di 5 continenti, inviammo a tutti i maggiori comuni italiani inviti alla conferenza per più di un soggetto tra sindaci, assessori e tecnici, specificando che ci sarebbe stata la traduzione simultanea in italiano (Gil non parla italiano, è al massimo madrelingua spagnolo). Risultato: non venne nessuno. Gli unici erano già inseriti nel panel della giornata, come l’On. Paolo Gandolfi, che parla bene inglese e in Italia è ben più che un riferimento, oltre al lavoro davvero svolto a favore della mobilità nuova; Andrea Colombo, all’epoca assessore alla mobilità del Comune di Bologna, poi brutalmente defenestrato dal sindaco Merola alla sua rielezione, per meriti ciclistici; Pierfrancesco Maran, all’epoca alla mobilità del Comune di Milano, oggi all’Urbanistica, che però non riuscì a fermarsi ad ascoltare Peñalosa, chissà perché. Nessuno da nessun’altra parte, come lo stesso Delrio, la cui segreteria ho continuato a chiamare per un mese intero.

I politici nazionali, gli amministratori locali e i tecnici italiani spesso non ascoltano neanche gli attivisti e le associazioni, per non parlare dei tecnici indipendenti, come Matteo Dondé, che parlano benissimo l’italiano e sono sempre in giro per conferenze. In ultimo, i nostri esecutivi in fatto di trasporti e mobilità dipendono da uffici che non prevedono aggiornamento professionale, quindi neanche i soldi necessari né per imparare l’inglese, né per andare – eventualmente – a Velo-city. Fosse davvero quello il problema.

Continuiamo a pedalare.

Questo articolo è dedicato alla memoria di Franco Rindone.

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