Sandro Neri, vicedirettore de «Il Giorno»

Avere l’immagine di una città più efficiente, produttiva e sana, e sapere come iniziare a realizzarla, è una condizione che passa per diversi gradi di consapevolezza. Ci vuole visione, orizzonti più ampi del proprio ristretto ambito, passione per le differenze, cultura. Non è però possibile che siano tutti competenti, addirittura illuminati; ma fa riflettere quando proprio chi ha il compito di essere almeno obbiettivo, se non imparziale, prende posizioni che fossero solo fuori dalla storia andrebbe già bene, e che invece sono non solo di cattivo gusto, ma anche da lasciare allibiti.

È il caso di Sandro Neri, giornalista de «Il Giorno»; non un piccolo foglio di Canicattì (con tutto il rispetto e la simpatia per la cittadina siciliana, che trova sempre paragoni impietosi), ma un quotidiano di una città importante e avanzata come Milano, e non dall’ultimo dei suoi cronisti, ma dal vicedirettore. Ieri Neri ha commentato una breve lettera di un lettore, Paolo V., il quale si lamenta di un autovelox attivato dopo che una donna incinta e suo figlio sono stati uccisi da un automobilista che viaggiava al doppio della velocità consentita. Si lamenta – ovviamente, mi tocca dire – perché fioccano le multe, in un tratto dove non sono stati aggiunti degli attraversamenti protetti e dove, quindi, perché si dovrebbe andare a 50 Km/h?

Quella zona di Milano, Famagosta, è un hub di mobilità molto importante. Ci sono autolinee, bus, metropolitana, traffico automobilistico di scorrimento e di prossimità, traffico ciclistico, car pooling: di conseguenza, un’alta percentuale di pedonalità. Questa complessa realtà, che merita molta attenzione, che aspetta risposte, soluzioni, non conclusioni affrettate, sembra non essere mai entrata nei radar sia del lettore che del giornalista. I due si preoccupano solo delle multe che arrivano, e del fatto che non si possa correre a piacimento. Per il lettore andare così piano non “ha senso”; per il vicedirettore il modello è Mosca (avete letto bene), dove in centro non ci sono “semafori e limiti di velocità”.

Sandro Neri deve poi notare come nel nostro paese ci sia “una cultura contro le automobili”. Nel suo stringato commento non fa però in tempo a chiedersi il perché di tutta questa ostilità. Sarà forse perché l’Italia è il paese che ha più automobili private al mondo? Sarà perché il loro uso del tutto indiscriminato ha devastato lo spazio pubblico, rendendo le città italiane dei parcheggi puzzolenti? Sarà perché le persone lasciano fette importanti, altrimenti redditizie o piacevoli, della loro vita dentro le carrozzerie, quando non la vita stessa? Sarà anche perché muoiono e rimangono ferite così tante persone da pesare in modo esiziale sulla spesa pubblica? Sarà forse perché, nonostante i settanta miliardi che lo stato incassa ogni anno da questa allucinazione collettiva, il debito pubblico non accenna a diminuire?

Pare che il problema sia, sempre per Neri, proprio questo aspetto, vale a dire quello dell’efficienza, della redditività. “È ovvio che le auto inquinino e facciano ingrassare. È parimenti chiaro che andare in bicicletta è green e fa dimagrire.”, concede. Ma dato che la parte produttiva della città, i bread winner, sono quelli in giacca e cravatta che schizzano da una parte all’altra della città a caccia di un benessere che non aspettano altro che dividere con gli altri, allora i pedoni devono essere scopati sotto il tappeto, cioè nei sottopassaggi, o fatti volare, vale a dire su passaggi sopraelevati. In mezzo a questo panino, che farebbe rabbrividire qualsiasi urbanista, ecco finalmente le automobili che sfrecciano al meglio del loro intercooler. Io penso a loro, penso a quei “consulenti d’impresa” di cui parla Neri. Li vedo, piuttosto che contenti e vincenti, stressati, inefficienti, pericolosi. Mosca è un posto agghiacciante, non solo come modello di business, prima di tutto come città. Non credo che Milano debba prendere esempio da un tale disastro politico e amministrativo, quando il resto del paese ha già imboccato una strada completamente diversa.

Uno che fa quello che dice Neri, cioè “essere la mattina a Cinisello Balsamo, a pranzo in Duomo, il pomeriggio ad Assago e la sera a casa in Lorenteggio o in Bovisa”, e farlo in automobile, è nella migliore delle ipotesi qualcuno cui non dare necessariamente così tanta precedenza sugli altri. Se non fosse fantascienza, per chi conosce Milano. Sarebbe qualcuno da multare, piuttosto, perché nel suo insensato correre da criceto non si crea il problema di infrangere le regole, se non peggio. Gli affari importanti, oggi, nell’era di internet e della produttività ad alta tecnologia, si fanno non solo muovendosi meno possibile, ma anche in maglietta e chinos, non in giacca e cravatta, cravatta che al parlamento europeo non è più obbligatoria, tanto per fare un esempio. In Bovisa, tra poco anche in Lorenteggio, c’è la metropolitana, una metropolitana che è costata e costa tanti soldi, forse troppi, e che anche per questo funziona abbastanza bene, non male come l’automobile in città. Le città provano un po’ dappertutto a essere carfree, senza auto. Se si vuole essere efficienti e produttivi non si occupa spazio, non si fa rumore e inquinamento, chiusi da soli in un’automobile bloccata nel traffico.

I consulenti di cui parla «Il Giorno» non so se li vorrei nella mia impresa. Io, che sulla mia carta d’identità alla voce professione ho scritto: “consulente”, giro per i miei appuntamenti in giacca, a volte anche con la cravatta, oppure no, con una bella bicicletta pieghevole, sulla quale muoversi da Cinisello in Duomo in tempi ragionevoli è piacevole non solo per la consapevolezza di essere “green” o di tenersi in forma, o perché non occupo lo spazio di tutti, o perché ci arrivo di buon umore e non stressato, ma anche perché sono abbastanza certo di non fare male a nessuno.

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