È un periodo molto difficile per la sicurezza stradale. Non tanto perché sulle strade italiane si continui a morire come mosche, o perché siamo alla terza morte di celebri sportivi in bicicletta in poco tempo – la motorizzazione indiscriminata riesce a uccidere perfino l’immagine dello sport, si potrebbe dire – o ancora perché le città, per il semplice rischio di andare in strada, assomigliano sempre di più a campi di concentramento per persone giovani e atletiche, da dove sono esclusi di fatto gli anziani e i bambini.

Vedo questo come periodo tra i più difficili per l’assenza totale di una qualsiasi presa di coscienza, di una qualsiasi riflessione profonda, oltre il chiacchiericcio da social e la bravata situazionista che io stesso cavalco spesso e anche volentieri, essendo praticamente tra i pochi territori rimasti per esprimere le proprie opinioni. Si continua a morire, per un traffico privato e commerciale fuori controllo, ed è come fosse un danno collaterale contro il quale si può ben poco. Contro il quale non si può fare altro che allargare le braccia, voltare la faccia dall’altra parte.

Gli argomenti dei fautori di un rinnovamento urbano sono molto più coinvolgenti di quelli dei paladini dell’automotive.

Il modello, lo stile di vita basato su un uso indiscriminato dell’automobile è apparentemente inscalfibile, in Italia come altrove. Ne è esempio l’opinione corrente, generica, quella che fa dire a chiunque si incontri “non c’è niente da fare, da noi non c’è la cultura”, o l’opinione orientata, quella di chi difende l’uno o l’altro scenario sui media. Da una parte, sembra che i paladini della sostenibilità si perdano in mille rivoli di sterile antagonismo, senza riuscire a indicare una alternativa credibile; dall’altra, da parte di chi difende lo status quo, siamo ormai al delirio.

È il caso di un editoriale di Giorgio Ursicino, giornalista di motori sul web de «Il Messaggero», storico quotidiano romano di una città schiava dei mezzi a motore e capitale degna di un pari assetto nazionale, che insorge contro alcuni provvedimenti restrittivi nei confronti di chi non paga il bollo auto, ovvero la tassa di proprietà. Il tono dell’articolo è questo: c’è la crisi, molte famiglie non ce la fanno, non è certo per questo che si deve radiare dal Pubblico Registro Automobilistico un veicolo ancora in ordine. Non è per questo, prosegue il giornalista, che all’atto della revisione questa sia negata, non è per qualche soldo dovuto allo stato che la polizia stradale possa un giorno requisire il veicolo.

Da un continente all’altro, le maggiori aree metropolitane si scambiano esperienze e strategie a favore di uno spazio pubblico per le persone anziché per le automobili.

A rischio, come si legge fin dal titolo, c’è “ambiente e sicurezza” (sic), e non è certo aggiungendo un’altro balzello che si risolvono questi problemi. Bisognerebbe piuttosto prendersela con chi non assicura l’auto; si è mai visto qualcuno con i sigilli alla porta di casa per non aver pagato l’IMU? Pur sottolineando – ci mancherebbe! – come le tasse sono un dovere per tutti, i valori  e le ragioni promosse dall’editoriale di Ursicino sono ugualmente raccapriccianti. L’Italia è un paese dove, continua il giornalista, 7 spostamenti su 10 sono fatti con l’auto privata, dato che qualità e quantità dei mezzi pubblici non fanno che peggiorare. Altrimenti, è forse sottinteso, ti pare che prenderemmo l’auto?

Però, dato che in Italia è così, teniamoci pure quello che c’è, che conviene; basta con la pressione fiscale e con gli autovelox  trabocchetto a danno di un settore che meriterebbe di continuare ad avere campo libero, come da cinquant’anni a questa parte, con finanziamenti e franchigie, e tutta la serena disponibilità a devastare il benessere e lo spazio pubblico della quale ha goduto fin’ora. L’automobile è “in grado di offrire un servizio prezioso”, come ad esempio portare in giro come pacchi postali bambini statisticamente sovrappeso, senz’altra occasione di fare moto che al chiuso di una palestra, quando va bene; o per gli adulti di andare al lavoro, nel modo più stressante e pericoloso possibile, perdendo tempo e facendolo perdere agli altri.

Per fortuna gli argomenti di Ursicino sono triti e ritriti, datati, con tanto di riferimenti al “boom economico”, e non rispecchiano la realtà globalizzata di un oggi sempre più sfidante. Il mondo sta cambiando, un po’ per forza e un po’ a buon senso, una cosa di cui è difficile rendersi conto chiusi dentro un’abitacolo perfettamente climatizzato. L’automobile è in una crisi profonda, culturale, generazionale anzitutto, della quale gli incoraggianti risultati di cassa non sono che il canto del cigno. Perché allora prendermi la briga di commentare quell’accumulo di sciocchezze pubblicato dal Messaggero? Perché l’Italia è molto arretrata rispetto ad altri paesi, dunque da noi va applicata più dialettica che altrove.

Gli argomenti di Ursicino e di molti altri come lui vanno in una direzione precisa: non solo ai poveri italiani senza mezzi pubblici l’automobile piace, ma bisogna anche continuare a fargliela piacere, visto che fa tanto bene all’economia. “(…) La ripresa da poco più di 1,3 milioni di auto nuove vendute nel 2015 ai quasi 2 milioni previsti nel 2017 è una delle cose più liete avvenute in Italia.”, afferma infatti Ursicino. A me pare invece una tragedia, altro che letizia, qualcosa che gli stessi lavoratori coinvolti dovrebbero temere per primi, se non fossero schiacciati dall’assenza di visione di chi li governa.

Proprio il fatto che l’automotive sia poi tra i maggiori contribuenti dello stato, come si legge un po’ ovunque, dovrebbe far riflettere: se questi 70 Mld/anno che tutta quella ferraglia dall’alito pesante porta all’erario servisse davvero a qualcosa, credo che non ci troveremo con il debito pubblico che invece ci ritroviamo. Proviamo anche a capire quanti punti di PIL ci costa, tanto per renderci conto di come l’automobile sono più i problemi che causa, di quelli che risolve. “Sarebbe anacronistico considerare le vetture ancora come un lusso”, considera ancora Ursicino. Excusatio non petita: le automobili che gli italiani, come lo stesso Ursicino ammette, sono costretti a possedere, sono invece sempre più un lusso, al punto da dover prendere provvedimenti per esigerne le tasse dovute.

“Asfalto vuoto porta negozi vuoti. Rivitalizzate le vostre strade e l’economia seguirà.”. Le città italiane sono ancora dei parcheggi, ma la tendenza è verso uno spazio pubblico rinnovato.

Un uso indiscriminato dell’automobile fa male alla collettività, all’industria e alla competitività del sistema paese. Un uso indiscriminato dell’automobile è un lusso non solo per chi è costretto a possederla da una miope visione del mondo, legata a obbiettivi di sola crescita economica, ma per tutta la collettività. In Italia c’è bisogno di un cambio di passo, non solo di opinione, ma di indirizzo. I governi degli ultimi anni, pur se impediti dalla cronica discontinuità di governo – la riforma del codice della strada è inspiegabilmente ferma da due anni e mezzo – stanno andando in direzione di un sempre maggiore riequlibrio delle percentuali di traffico tra i diversi veicoli. Speriamo che anche i paladini dell’automotive se ne accorgano, e inizino a confrontarsi su terreni un po’ più utili, perlomeno interessanti.

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