Il 28 ottobre 2014 la mia auto è stata condannata senza appello a un triste destino: dimenticata al bordo di un marcipiede, parcheggiata senza che nessuno la degni di uno sguardo fino alle prossime vacanze estive.

Il 28 ottobre 2014 ho deciso di  prendere la mia sesta bicicletta: una “Nanoo”, cioè una bicicletta pieghevole progettata in Italia.

Era un po’ che ronzavo intorno a una bici pieghevole ma ho sempre rinunciato, un po’ perché cerco di controllare la mia tendenza all’accumulo compulsivo di bici (le comprerei tutte: dico tutte), un po’ per evitare che mia moglie con la sesta bici maturasse  finalmente una  seria ragione per sbattermi fuori casa. Ma soprattutto perché sotto sotto pensavo che una bici pieghevole fosse più un gadget sfizioso che un mezzo di locomozione.

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Poi, all’ultima Fiera della bicicletta di Padova, un gentile signore dall’aplomb molto british (ho poi scoperto che l’aplomb era torinese, e che il gentile signore era uno dei progettisti) , mi ha fatto provare questa Nanoo: un design molto italiano (cioè molto bello), due ruote molto piccole (che mi sembravano troppo piccole), tre gesti in croce e 10 secondi per piegarla o “spiegarla”, e la possibilità di portarla in giro, anche chiusa, con la fluidità con cui portiamo una bici per il manubrio (che è uno dei problemi irrisolti degli altri modelli folding: quando le chiudi devi parcheggiarle: se te le porti in giro lo fai con difficoltà).

A spasso con Nanoo

A spasso con Nanoo

Le parole del gentile signore mi sembravano convincenti  ma, da sgamatissimo ciclista della prima ora mi chiedevo astutamente dove fosse l’inganno.

Non c’era: quella dannata biciclettina scorreva leggera, senza una vibrazione, un rumore. Le ruote erano piccole, ma erano larghe, e superavano le parti accidentate che cercavo nel percorso  senza problemi. Insomma, una vera bicicletta travestita da giocattolo. La sensazione era di pedalare su una nuvola di velluto. Non so perché, ma era cosi.  Io non so perché, ma chi ha inventato quella bici lo saprà benissimo, perché la qualità non nasce da un miracolo, ma dalla capacità di saper fare le cose al meglio. In questo senso, il fatto che fosse pensata in Italia mi piaceva molto. Chiamatemi sciovinista, ma per me comprare una bici non italiana è come essere di Cremona e comprare la mostarda a Mantova.

Due mesi dopo la Nanoo faceva il suo ingresso trionfale a casa, in sala da pranzo, insieme a un mazzo di rose rosse per mia moglie (che, pare, abbiano funzionato).

Nanoo entra in casa Giammarco

Nanoo entra in casa Giammarco

E adesso vi spiego ( a mia moglie l’ho spiegato con il mazzo di fiori in mano) perché non mi sono tolto uno sfizio, ma ho fatto un piccolo investimento economico che ha anche migliorato la qualità della mia vita.

Capitolo Uno:

San Donato Milanese, primo appuntamento, senza Nanoo

Prendo l’auto. Un’ora di auto ( un’ora di coda). Arrivo davanti alla sede dell’azienda, cerco per 10 minuti il parcheggio, che non trovo, e lascio l’auto in sosta vietata ( sono già dieci minuti in ritardo, e non posso perdere altro tempo).

San Donato Milanese, secondo appuntamento, con Nanoo

Stavolta vado in bici alla fermata della metro. Piego la bici e me la porto dietro. Scendo alla fermata di San Donato Milanese, “apro” la bici e pedalando raggiungo l’azienda dove ho il mio appuntamento. Non devo trovare neanche il palo a cui legarla, perché la porto con me in ufficio. E vinco anche un sorriso incuriosito e un po’ ammirato della avvenente segretaria del manager che sto incontrando.

Vi è piaciuta di più la prima o la seconda storia?

E tanto per farmi i conti in tasca: nel primo caso ho speso circa 8 euro di benzina, nel secondo caso un euro e mezzo di biglietto della metro.

in Metro con Nanoo

in Metro con Nanoo

 

Dove la lasci, sta.

Dove la lasci, sta.

Capitolo 2 Milano – Roma in Freccia Rossa

Alla stazione Centrale arrivo in bicicletta. Poi la bici la porto con me, come fosse un cagnolino, ma senza neanche bisogno della gabbietta. La ripongo nel vano portabagagli (non si paga un supplemento). Arrivo a Roma e comincio a pedalare fra i monumenti della Città Eterna. Non si tratta solo di risparmiare 20 euro di taxi, e sperare che non ti capiti il tassista che attacca bottone iniziando  con “ Dottò, nun sò razzista ma li vede tutti stì negri etc etc?” , o di sapere che non ci saranno ingorghi capaci di fermarti: con la mia Nanoo mi sono regalato anche una passeggiata in  bici in una città che non è la mia città, anche se ero li per lavoro.

Le cose che ho raccontato hanno un nome, intermodalità, cioè la modalità di spostamento che comporta l’uso di mezzi diversi per raggiungere una meta. Con l’uso combinato di mezzi pubblici e bicicletta viene meno l’ultimo grande ostacolo ad un uso davvero alternativo della bici rispetto all’auto, che è quello delle distanze.

Se devi percorrere 20 chilometri e i collegamenti con i mezzi pubblici non sono adeguati devi prendere l’auto. Ma quando una bici copre il gap dove il mezzo pubblico non arriva, hai fatto bingo:  se sei pendolare lasci l’auto a casa anche se la stazione non è a due passi dal tuo ufficio ( o da casa tua); idem se devi andare dall’altra parte della città e i collegamenti pubblici non sono sufficienti; ma anche se vuoi andare a visitare Mantova in bicicletta, e non vuoi caricarti le bici in macchina , o addirittura permetterti il lusso di lasciare l’auto in garage.

L’impatto di tutto questo sull’inquinamento cittadino, sulla sicurezza stradale (+ biciclette = – incidenti), sulla qualità della vita delle aree metropolitane immaginatelo da soli… Vi aiuto solo con questo dato: 440.000 automobili entrano ogni giorno  nell’area metropolitana milanese. Se solo un 10% usasse il treno+bici ce ne sarebbero, ogni giorno, 44.000 mila in meno.

Post Scriptum. unico problema: se ti palesi a un appuntamento di lavoro con una Nanoo rischi  che il tuo interlocutore smetta di pensare al lavoro…e cominci a giocare. Guardate qui sotto, in un austero corridoio di una grande casa editrice milanese…

Ehi, siamo qui per lavorare!

Ehi, siamo qui per lavorare!

Cosa ne pensi?