Era un po’ che volevo fare un esperimento per capire quanto della tecnologia profusa (e profumatamente pagata) delle attuali biciclette sia davvero indispensabile per provare il piacere di fare sport pedalando (con bici da corsa e mtb).

Non parlo del piacere di avere una bici molto bella, cosi simile al piacere di avere un bellissimo giocattolo, e discutere su un social network per giorni sulla superiorità della kriptonite rispetto al titanio per realizzare la vite che tiene su il sellino.

La mia domanda non è se i piaceri derivati dal possedere queste supertecnologie siano legittimi (perché indubbiamente lo sono, e in parte invidio chi se li può permettere.), ma se queste super tecnologie siano davvero indispensabili per godere del piacere di andare in bici.

Se chiedete a un appassionato quanti soldi ci vogliono per comprare una bici da corsa o una mtb, di solito la risposta è: sotto le mille euro compri un cancello , non una bici, ma se vuoi qualcosa di davvero decente devi investirne almeno 1500/2000.

L’esperimento che mi accingo a compiere risponderà alla domanda: è vero?

Cosi ho chiesto agli amici di Decathlon di Foro Bonaparte (Milano) di testare l’entry level di una bici gravel (potremmo chiamarla anche ibrida). E’ la B’TWIN TRIBAN 100. Manubrio da corsa, geometrie da strada (ma più rilassate), copertoni 32, più larghi di quelli da corsa, per affrontare anche terreni sterrati. 7 marce: il cambio e il resto della meccanica sono entry level (ma proprio entry); freni, naturalmente, non a disco. Il telaio è di robusto alluminio. Costo al pubblico 250 euro per circa 12 chili di bici.

L’ho già provata (e ve ne ho parlato) in città per scoprire che con quella cifra puoi comprare una scorrevolissima e grintosa city bike. Vediamo come se la cava su strade miste, asfalto e sterrato, “le discese ardite e le risalite” e via discorrendo.

La mia vacanza in Val D’aosta è l’occasione ideale. Il percorso che individuo anche: si parte da Champoluc per arrivare, su una strada asfaltata in salita, a St Jaques, l’ultimo borgo della Val d’Ayas. Da li partono i sentieri per arrivare in cima al Monte Rosa e ai suoi ghiacciai.

Ho ambizioni più modeste, e pedalerò lungo una strada sterrata che si impenna raggiungendo, dopo qualche chilometro, la fonte del Ru Courtoud, un piccolo canale che, dal 1400, porta acqua dei ghiacciai fino agli alpeggi di Antagnod. Il sentiero costeggia il canale in leggero falso piano. La strada è senza pendenze impegnative (nel 1400 i contadini della Val d’Ayas avevano calcolato che era sufficiente un 5% di dislivello per far scorrere l’acqua dentro il canale) ma è tutto in single track, come direbbero i tecnici. Ossia la strada sterrata diventa sentiero di montagna.

E’ un giro bello e vario, perché all’inizio “tira” come solo certe strade di montagna non asfaltate sanno tirare (pendenze che in certi tratti superano il 20%) ma poi si snoda lungo un sentiero pianeggiante sul fianco della valle: a destra il ruscello, a sinistra scorci mozzafiato della Valle e del Monte Rosa che la domina. Si pedala fra alberi e fiori, dentro antiche gallerie scavate nella roccia, fra pascoli e vecchie malghe.

Cominciamo: alle 8 e un quarto del mattino inizio la pedalata, insieme a mio figlio a cui ho prestato la mia mtb. Appena parte la salita cambio alleggerendo la pedalata. Prima sorpresa: il cambio, anche sollecitato, è preciso e affidabile (e continuerà a funzionare impeccabilmente per tutto il giro). Non fa quei “click” da alta orologeria del cambio top di gamma, sempre Shimano, montato sulla mia mtb, e peserà quattro volte tanto, ma fa molto onestamente il suo dovere, cioè cambia quando gli chiedi di cambiare. Come un’oste, che la bottiglia te la poggia a tavola senza grazia, ma poi il vino è buono uguale.

Mio figlio con le sue gambe da capriolo vola, e mi aspetta facendomi sentire vecchio (che poi non è solo una sensazione, ma ormai un oggettivo dato anagrafico).

Inizia la salita su strada sterrata. Pendenze dal 16 al 18%, e la mia Triban 100, insieme ai miei polpacci più che maturi, pian pianino continua a salire. Seconda sorpresa: questa bici ha una buona tenuta di strada, anche se la mia pedalata, non per colpa sua, e piuttosto lenta. Il profumo di resina dei larici non riesce a impedirmi di pensare quanto serva essere allenati in bici: io quest’anno decisamente non lo sono, e faccio una gran fatica. Ma non mollo, e neanche la mia bicicletta (mi accorgo di aver usato un pronome possessivo, segno che sta nascendo una bella amicizia fra me e il mezzo).

La strada, dal bosco, sbuca su un piccolo altipiano. Intorno malghe abbandonate, sullo sfondo il Grand Tournalin, e a sinistra un sentiero che nasce insieme a un canale d’acqua che sgorga all’improvviso (nasce, evidentemente, sotto terra, e sbuca proprio li).

Lo imbocchiamo e ci godiamo il dolce falso piano che permette a noi di pedalare in scioltezza e all’acqua del canale di arrivare a valle. Cominciamo ad andar veloci, e qui la terza sorpresa: la Triban 100 è piuttosto flessibile, e assorbe le asperità del terreno quanto basta per non far sentire al cinquantacinquenne che pedala che anche la sua cervicale e la sua spina dorsale di anni ne hanno cinquantacinque.

 

Si va che è una favola, il vento delle Alpi che ti accarezza la faccia, la concentrazione leggera che serve ad evitare qualche sasso che sporge troppo dal terreno compatto o a scendere quando un groviglio di radici ti consiglia di farlo (in questo, naturalmente, una biammortizzata funziona meglio).

So che lungo il sentiero c’è una breve deviazione che porta alla “Baita delle torte” , una piccola baita dove tutto, dico tutto, è fatto col latte di otto mucche. Per intenderci: la panna non è bianchissima, ma leggermente gialla, non ha la consistenza della panna, ma del mascarpone, e il cucchiao, una volta messo dentro, non si sposta di un millimetro. Il sapore è quello di una straordinaria mousse al latte elaborata per il Re Sole dal miglior chef del ‘700. In realtà è solo panna. La panna di quella baita in Val d’Aosta.

Per arrivarci c’è una rampetta impossibile. “chi scende dalla bici non mangia la torta”. Dichiaro a mio figlio.

Il primo a scendere (a dire il vero non ci ho neanche provato) sono io, invece Antonio ci prova, e ci arriva pedalando. Così, visto che comando io, modifico la norma e la torta al cioccolato (coperta della panna di cui sopra) ce la mangiamo tutti e due. Dieci minuti dopo siamo arrivati ad Antagnod, e inizia una discesa su strada asfaltata verso Champoluc. Pochissime le auto, e con i copertoni più larghi di quelli di una bici da strada mi sento incollato all’asfalto. Arrivo prima io (in discesa pesare 20 chili in più di tuo figlio offre un certo vantaggio). Poi torniamo a casa, felici.

Esito dell’esperimento. Con 250 euro ti puoi divertire come se ne avessi investiti 2.000, se non hai obiettivi agonistici o percorsi molto tecnici da superare.

Non è una notizia fantastica? Per me lo è.

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