ph. courtesy Autodemolizioni De Carlo Aldo, S. Vito dei Normanni (BR)

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Si è appena conclusa la conferenza stampa dell’UNRAE, l’associazione dei costruttori esteri di automobili in Italia, presente il ministro dei trasporti Graziano Delrio. Scopo dell’incontro è stato presentare il rapporto sullo stato della mobilità in Italia redatto dal Censis, rappresentato dal suo presidente, Giuseppe de Rita. Con la consueta non chalance, decisione e padronanza delle argomentazioni, il ministro Delrio ha aperto il simposio, letteralmente gelando la sala. “La città non può essere pensata per l’auto”. “Dobbiamo fare scelte che orientino verso i mezzi pubblici.”. Altro che gelo, zero assoluto piuttosto, in un tipo di contesto nel quale – ne so qualcosa – da parte degli amministratori invitati i toni sono generalmente più sommessi. Ma Delrio non si ferma qui. “L’80% degli incidenti gravi oggi hanno come causa l’uso del telefonino”; e “Perdiamo ogni anno 3.500 persone”, alludendo alla enorme spesa sociale e sanitaria che l’incidentalità comporta, considerando anche i feriti e gli invalidi. Insomma, Delrio ha parlato di corda in casa dell’impiccato con una naturalezza impensabile fino anche solo pochi mesi fa. Le parole del ministro pesano come macigni, hanno il sapore del colpo di grazia, addirittura.

Già; perché, nonostante il progresso a due cifre degli ultimi mesi, il settore automotive è lungi dal poter cantare vittoria, dopo la grande crisi degli ultimi cinque anni. L’uso indiscriminato dell’automobile, in ogni caso il suo possesso individuale, vero bastione del profitto delle case costruttrici, insieme allo stile di vita rappresentato dall’indossare una carrozzeria piuttosto che un’altra è ormai palese per chiunque come sia avviato al tramonto. Difficile dire da cosa sarà sostituito, almeno quale sarà, per rimanere nel merito, il ruolo futuro dell’industria dell’automotive, ora che ha perso la sua posizione centrale nel sistema produttivo. Ma siamo in Italia, quindi questo interrogativo va posto alla luce del fatto che il nostro tasso di motorizzazione è tra i più elevati del pianeta (oltre 600 automobili ogni 1000 abitanti) e che quindi invertire la rotta non è facile. Ma Delrio ha voluto senz’altro porre l’accento, citando il caso della tragica fine di Roma, sul fatto che le città sono le aree nelle quali si concentra l’80% non solo della popolazione, quindi degli spostamenti; ma anche del PIL, ammesso che valga ancora la pensa di considerare quest’ultimo come indicatore attendibile di benessere. Sia come sia, secondo il ministro non è più il caso di “consegnare le città alla mobilità privata, peggiorando la vita”. Punto.

La Germania, ad esempio. Non è che loro siano messi meglio, essendo appena sotto le 600 automobili ogni 1000 abitanti. Ma nelle città non le vogliono, semplicemente. Niente o poca sosta ammessa o consentita, infrastrutture per la moderazione del traffico, sorveglianza e applicazione rigida e indefessa della legge. Risultato? Silenzio, atmosfera gradevole, socialità, efficienza. Poche pubblicità di automobili sui media, poche nei cinema, poche, proprio. Da noi invece, tante, tantissime, dappertutto. Chiunque di voi può farci caso: sono così tante, che spesso si provocano dei divertenti corto-circuiti: volete leggere un articolo sull’aumento delle polveri sottili? Cliccate, ed ecco che si spalanca un pop-up con una bella automobile lanciata a tutta velocità in una città deserta. È successo anche a me, riguardando il video della dichiarazioni di Delrio. Il video successivo era la pubblicità di un’aggressiva utilitaria da 165 CV, dove campeggiava la scritta: “Pilota professionista in strada chiusa. Non imitare.” L’Italia è una riserva di caccia dell’automotive, da sempre. Da noi la stessa auto è pubblicizzata in modo molto, molto diverso dagli altri paesi.

Quindi, cosa c’è sul tavolo? Quali le soluzioni per affrontare l’enorme sfida del rapidissimo cambio degli stili di vita imposti dalla crisi ambientale e dalla globalizzazione avanzata? Le città andranno sempre più in direzione del trasporto collettivo, intanto. Recuperare il senso di comunità, obbiettivo utile per muovere l’economia e il benessere, non passa per lo stare chiusi a uno a uno in abitacoli climatizzati. Delrio cita Rosa Parks, facendo notare come una grande rivoluzione sociale e culturale sia nata proprio dal trasporto pubblico. Dopodiché, si spalanca il solito farfuglìo sull’aggiornamento tecnologico come panacea di tutti i mali. Le automobili dovranno essere ancora più connesse, telematizzate. A guida autonoma, possibilmente, naturalmente elettriche, anzi, full electric. Senza entrare nel merito se ciò sia veramente quello di cui le nostre città hanno bisogno, mi viene in mente il testo di una delle folgoranti vignette di Massimo Bucchi, uscita in seguito a uno dei roboanti annunci sulle auto senza conducente: “Ormai raggiunta la meta finale del progresso tecnologico. Il conducente senza auto”.

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