Giancarlo Ravidà avrebbe compiuto vent’anni il 25 gennaio. Ma  un’auto lo ha investito sulle striscie pedonali, l’atro ieri, a Prato, ed è morto. Chi lo ha investito non lo ha soccorso. “È caccia all’uomo”, titolano i giornali, e si torna a parlare di pirati della strada, di nuove norme più severe, dell’introduzione della fattispecie penale di “omicidio stradale”.

Le polemiche e i riflettori si spegneranno presto, e si riaccenderanno fra qualche settimana, al prossimo investimento fatale, al prossimo investitore che non si ferma a soccorrere chi ha appena investito, o che era ubriaco fradicio.

I giornalisti hanno, naturalmente, intervistato qualche abitante del quartiere: “è una strada pericolosa”; “davanti alle strisce pedonali non rallenta nessuno…”. Queste testimonianze stavolta mi hanno suggerito pensieri diversi da quelli che mi vengono in questi casi, rivolti contro il pirata, l’animale, il bruto privo di senso morale, di pietà, la persona che vorrei spazzare via con un lanciafiamme senza aspettare nessun processo. Dopo aver avuto e opportunamente neutralizzato tutti questi pensieri di vendetta (abbiamo impiegato qualche decina di migliaia di anni per evolverci, e francamente preferisco non tornare indietro),  ho pensato invece che ogni giorno mi capita di attraversare, verso le nove del mattino, la circonvallazione dei bastioni a Milano, dove vivo . E’ una circonvallazione interna, in pieno centro, quattro carreggiate dove le auto vanno veloci. Sempre, se non ci sono code. Nessuno rispetta il limite dei cinquanta all’ora.

Le strisce pedonali non servono, perché comunque la strada la attraversi solo quando il flusso delle auto si è interrotto. Se provi tu a interromperlo, avanzando lungo le strisce, l’impressione è di fare un gesto provocatorio, e gli automobilisti confermano la tua impressione perché o ti guardano male o addirittura ti mandano all’inferno.

Non sono pirati della strada. Parlo di gente normale, parlo di me e di te che, semplicemente, siamo abituati ad andare in città a una velocità che non è consentita, che è vietata dalla legge perché nessuno ci ha sistematicamente sanzionati, perché nessuno ci controlla.  Sanzioni  e controlli che ci aiuterebbero a capire, e a interiorizzare a suon di multe che in  città si guida piano.

Di giorno, di notte, su strade strette e strade larghe, in centro e in periferia.

Questo non è necessario che lo stabilisca  un sindaco illuminato. Questo lo stabilisce il codice stradale, da quarant’anni.

Sui giornali leggiamo solo dei pochi incidenti mortali in cui il conducente fugge, non presta soccorso alla vittima etc., perché questo fa notizia.

Ma questi sono, da un punto di vista statistico, episodi marginali. Dovremmo invece soffermarci a riflettere non solo sui 20 omicidi stradali all’anno perpetuati da individui biechi, subumani, che dovrebbero meritare l’ergastolo (e lo avrebbero, se in Italia l’omicidio stradale fosse diventato legge…). Dovremmo soffermarci anche sui 200.000 incidenti che ogni anno bagnano di sangue le strade d’Italia. Di questi il 70% sono in città, e la maggior parte  sono causati dall’eccesso di velocità.

Nelle città dove il limite di velocità hanno iniziato a farlo rispettare è stato verificato il crollo degli incidenti. Ci sono centinaia di studi elaborati da università di tutto il mondo che provano la correlazione lineare fra velocità, numero di incidenti e indice di mortalità degli incidenti. Col sistema Tutor, che di fatto ci costringe a rispettare i limiti di velocità in autostrada, nel 2013 gli incidenti mortali sulle autostrade italiane sono diminuiti del 40%. Del 40%.

Ecco: dare addosso al “mostro” e fermarci li è una reazione che gratifica la nostra emotività ma  ci impedisce di riflettere che i “mostri” potremmo essere noi, e che proprio per questo la tolleranza sui limiti di velocità dovrebbe essere tolleranza zero.  Per essere educati a una nuova consapevolezza, e per non pentirci di aver pagato e fatto pagare troppo caro il nostro desiderio di tornare cinque minuti prima a casa.

Ma le sanzioni non sono efficaci se predisposte “a macchia di leopardo”: attivare estemporaneamente una telecamera in Viale dei Missaglia (che è una strada periferica a quattro corsie alla periferia di Milano)  e togliere sei punti di patente a chi guidava a sessanta all’ora in una strada dove se vai a cinquanta ti suonano (anche se sarebbe quello il limite di velocità) suscita nel cittadino un senso di rabbia, e non di comprensione di un modo diverso di guidare: ”ecco, mi hanno fregato, mi hanno fatto pagare l’ennesimo balzello facendo spuntare all’improvviso la sanzione laddove per anni la regola era stata, di fatto, tacitamente abrogata”. Così il cittadino non lo si educa, lo si fa incazzare.

Altro invece è seminare di videocamere tutta la città: periferie, centri storici, strade a senso unico, strade a quattro corsie. Chi supera i limiti di velocità, dovunque sia e 24 ore al giorno 365 giorni all’anno, è sanzionato. In Germania, in Austria, in Svezia, in Svizzera funziona così. E lì gli incidenti mortali in città, da tempo, sono crollati .

E’ bene saperlo: gli unici investimenti che non possono essere prevenuti sono proprio quelli ad opera dei pirati della strada, quelli su cui media e opinione pubblica (cioè noi) ci concentriamo. I pirati della strada sono animali che disprezzano la vita umana, gente che beve e si droga e poi inforca un’auto rubata, o gente che pensa di dominare il mondo perché sotto il culo gli rombano duecento cavalli. Possiamo fermarli dopo, ma non prevenirne i comportamenti aberrati. Ma fortunatamente queste persone sono poche.

Sono le statistiche ad indicarci dove è davvero necessario concentrare la nostra attenzione.

Anche per rispettare la memoria di Giancarlo Ravidà, ricordiamocelo: se in città non rispettiamo i limiti di velocità e nessuno ce li fa rispettare, gli assassini domani potremmo essere noi.

 

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