“I pensieri si scioglievano nel moto dei piedi, e uno non si ricordava più di avere un padre e una madre, di avere una famiglia, neanche di avere un nome e un cognome. Veniva voglia di stendersi su un marciapiede all’ombra come i gatti”.

Gianni Celati, ” I pascolanti”

“Bighellonare: andare in giro senza scopo, oziando: bighellonare per le strade// estens. Passare il tempo oziando, senza concludere nulla”

Grande dizionario italiano, Hoepli

 

“Partiamo da Casteggio: un giretto di 54 chilometri con 900 metri di dislivello. L’ho visto sul sito di Tagliacarne” (vedi nota 1)

Arrivati a Casteggio Lorenzo confessa di non ricordarsi “una mazza” del giro. E nessuno di noi aveva un apparecchio GSM (non so perché, ma mi accorgo di scriverlo con un filo di orgoglio). Non ci è restato che “andare in giro alla cazzo”.

Lo scrivente non si è lasciato andare alla volgarità, ma usa  il termine  tecnico che descrive una fattispecie precisa dell’andare in bici: a.i.g.a.c. (andare in giro alla etc.) prima che una modalità di scelta dell’itinerario è un’apertura di credito verso la sorpresa , l’attitudine a lasciare che sia la strada a dirti dove bisogna pedalare, e non viceversa. Non lo facevo da un sacco di tempo.

A vent’anni in bici andavo solo cosi: avevo tutto il tempo del mondo e tutta l’energia dell’universo. Non pianificavo nulla. Lasciavo che fosse il capriccio della strada a indicarmi la direzione: mi guidava la curiosità per una rampa stretta fra i faggi  che si apriva all’improvviso di lato inerpicandosi non si sa verso dove o il nome bizzarro di un paesino su un’indicazione stradale arrugginita. A volte pedalavo fino a un bricco dove la strada andava a morire, altre svalicavo verso un’altra valle, e allora il giro si allungava  insensatamente e  tornavo stanco morto a notte fatta. Ma non c’erano i compiti dei figli da controllare, e avevo una gamba e una resistenza da paura ( per usare, appunto, il linguaggio forbito e fiorito dei miei figli)

Ma torniamo al nostro giro. Arrivati a Casteggio e tolte le bici dal mio nuovo portabici ( ne sono orgoglioso, e i miei compagni di viaggio devono essersene accorti, perché temo di non aver parlato d’altro) abbiamo attraversato il paese e poi abbiamo scartato verso destra, a pedalare in salita.

Enrico affronta la prima salita ( cosa avrà da ridere, poi...)

Enrico affronta la prima salita ( cosa avrà da ridere, poi…)

Dopo cinque minuti intorno a noi solo colline pettinate a vigna, con quei filari spenti dall’inverno che ti spiegano meglio di Karl Kerenji perché Dioniso sia il dio della vita e della morte, contemporaneamente.

Le vigne addormentate

Le vigne addormentate

La strada si restringe man mano che procediamo.

“Dove porta?”  – “Boh! Però è bella” .- “Secondo me diventa sterrata” -“Puo essere”. Enrico, che filosoficamente aveva risposto così, ci aveva azzeccato. La strada si chiamava Via Castel del Lupo, e quel nome qualche sospetto avrebbe dovuto farcelo venire: dopo un chilometro si trasforma in un tratturo per permettere ai mezzi agricoli di muoversi fra le vigne. Con una pendenza che non è stata pensata per una bici o per un’auto, ma per un mulo o un  trattore. Però non era sterrata, era fangosa. Quella bella creta grigia, fine e scivolosa che tanta asciuttezza minerale regala ai bianchi frizzanti di quella zona. Il terreno ideale per una Colnago C40, o per una Specialized full carbon.

fango sulla mia Colnago. Dimoio!

fango sulla mia Colnago. Dimoio!

Cosi prima scendiamo e procediamo con la bici al fianco, poi, quando le ruote hanno raccolto tanto fango da non girare più ce la mettiamo in spalla . Camminare in salita, tacchetti ad aggancio rapido ai piedi e una bici sulle spalle lungo una pendenza del 25% ( almeno) su un terreno molto viscido e decisamente cedevole non è esattamente l’esperienza  che si immagina quando si pianifica un giro in bici, ma è stato divertente. E lo è stato solo perché avevamo accettato di cavalcare a pelo il Caso, e goderci quello che ci avrebbe riservato. Se avessimo avuto una doppietta  in spalla anziché una bicicletta e un paio di scarponi col vibram ai piedi invece di una  scarpina tecnica da Tour de France  ci saremmo sentiti meno fuori posto, ma proprio qui sta il bello: godersi lo scarto fra come le cose dovrebbero essere  (come vorremmo che fossero) e come sono, riconoscere la gerarchia fra ciò che vogliamo e ciò che viviamo. Insomma goderci la piccola vertigine di ricordarsi ogni tanto che “l’uomo propone, e dio dispone”.

In poche parole, ci siamo divertiti un sacco.

Dopo mezz’ora a pascolare fra filari silenziosi becchiamo di nuovo l’asfalto. Schizzati di fango come partigiani delle Langhe nel ’43 (noi e le nostre schizzinose bici, sporche come non avrebbero mai sognato di essere. Ma forse si sono divertite anche loro) riprendiamo a pedalare, in leggera discesa.

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Alla fine della discesa ci aspetta Montalto, col suo bar.

E con la Signora Giuseppina.

il bar di Montalto

il bar di Montalto

La signora Giuseppina ha novantadue anni e mentre stiamo entrando al bar per un caffè ci chiede: ” dove state andando”? Rispondiamo che veniamo da Casteggio e torniamo a Casteggio. “Perché?” chiede ancora la signora Giuseppina. Non è una domanda. E’ il quesito filosofico di una anziana signora che di vita ne ha vista tanta, ma non capisce cosa spinga tre uomini di mezza età vestiti da pinguini e  partiti da Casteggio in bici a tornare a Casteggio.

La signora Giuseppina

La signora Giuseppina

Non lo sanno neanche i tre uomini di mezza età, o forse si, ma preferiscono non dirlo alla signora Giuseppina, e neanche a loro stessi. L’involontaria parentesi esistenzialista evapora davanti a un panino con pancetta e formaggio di capra. Con sublime senso di sacrificio  (peraltro non compreso dall’oste) decliniamo l’offerta di un bicchiere di Gutturnio mosso. E ripartiamo lungo una discesa che dura poco, perché quasi subito inizia un’altra salita ( “una salitona”, per Lorenzo) verso Bosco della Chiesa.

La Chiesa di Bosco Chiesa Nuova

La Chiesa di Bosco Chiesa Nuova

Il paese ci limitiamo a sfiorarlo e non ci fermiamo a visitarlo. commettendo un doppio errore: 1) è un bel paese ( come testimonia la foto scaricata da internet che vi allego)  2) stavolta al bar della piazza un secondo sublime sacrifico non saremmo riusciti a farlo, e un bel gutturnio color rubino ce lo saremmo bevuti di sicuro.

…Poi mi sembra di ricordare che siamo passati anche per un paese che si chiamava Calcinano, e forse per un uno che si chiamava  Lirio (lo stesso nome di un fiore bellissimo, una specie di giglio dai colori accesi).

Ma quello che ricordo sicuramente è Oliva Gessi. Alla fine di una salita, affacciato sulle dolci colline dell’Oltrepò.

Come recita Wikipedia Oliva Gessi “E’ un comune italiano di 180 abitanti, nell’Oltrepò Pavese”. Noi di abitanti non ne abbiamo incontrato nessuno, forse perché eravamo alla periferia di Oliva Gessi. Immaginatela, la periferia di un paese di 180 abitanti: c’era una antica Porta  di mattoni,  forse il ricordo di un monastero che or non c’è più. Poi una chiesa, e una costruzione che doveva essere una stalla, ma è diventata un’ azienda agricola che produce e vende vino. Ecco qualche foto che mi risparmia il resto della descrizione.

La Porta di Oliva Gessi

La Porta di Oliva Gessi

Se si chiama Oliva, ci sarà un motivo?

Se si chiama Oliva, ci sarà un motivo?

Oltre, la valle.

Oltre, la valle.

E poi, giù verso Cassteggio.

Abbiamo bighellonato per 45 chilometri, 10 meno dei già modesti 54 che avevamo pianificato. Ma arrivati alla macchina il commento sulla modesta performance chilometrica nessuno l’ha fatto.

E mentre lo caricavo il mio portabici mi sembrava ancora un po’ più bello. E anche la vita mi sembrava ancora un po’ più bella.

 

Nota 1: Paolo Tagliacarne è un personaggio di spicco nell’ambiente ciclistico milanese. Conosce le strade pedalabili di tutta Italia come pochi, e già venti anni fa cercava quelle che, mutuando un verso di Paolo Conte, chiamava ” le strade zitte”: strade dimenticate dalle automobili, perse fra colline o montagne dove il ciclista ritrova gli itinerari che lo rendono felice. Fra le tante cose Paolo ha creato un’associazione amatoriale ciclistica ” I Turbolenti“. Se usate il link, ve ne parla uno che di bici ( e di penna) ne sa un casino: Marco Pastonesi.

 

 

 

 

 

 

 

 

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