Prendete una bici da corsa, aggiustate il telaio in modo da stare un po’ più comodi e allungate il carro posteriore per aumentare la tenuta di strada. Poi montate copertoncini tassellati e più spessi di quelli che usate di solito, e non preoccupatevi troppo del peso ma rendetela più robusta (e infinitamente più economica). Questa è una bici “gravel”.

Ora prendete un ciclista da strada, toglietegli l’ossessione per i tempi e le prestazione, sostituite alla nevrosi di andare in bici la gioia di andare in bici, ricordategli che un paesaggio non è solo una % di dislivello da superare, offritegli un bicchiere di vino e buttategli il beverone isotonico che ha nella borraccia. E spiegategli che si può essere tostissimi anche se la propria massa grassa supera il 9%, o anche se (addirittura!) non si è mai calcolato quale sia la propria “massa grassa”. Questo ciclista in genere continua a vestirsi in Lycra  quando pedala, ma comincia a pensare che anche la camicia di flanella di quando andava in montagna funziona bene.  Questo è un ciclista “gravel”.

La bici gravel nasce in USA, dove quasi il 40% delle strade carrozzabili sono strade bianche. Sicchè i ciclisti da strada di, mettiamo, Albuquerque, hanno cominciato a pensare: perché non andare in bici da corsa anche sulle piste del Nuovo Messico? Cominciano a smanettare di chiave inglese e saldatore, ed ecco: nasce la Gravel.

Il successo oltreoceano è immediato, ma anche in Italia sta montando, e a velocità vertiginosa, tanto che Decathlon, i cui prodotti sono in genere dedicati al grande pubblico, ne ha appena messa in commercio una (ma su questo torneremo).

Le ragioni di questo successo sono diverse. Proviamo ad elencarle:

la gravel regala al ciclista un supplemento di libertà: se mentre procedi sull’asfalto noti un sentiero che si inoltra nel bosco, e ti piacerebbe essere li dentro, con la gravel puoi farlo;

la gravel asseconda un desiderio  che la competizione sfrenata e cafona di molte gran fondo ha diffuso fra i ciclisti sportivi: il desiderio di tornare a godersi i paesaggi in cui si pedala, fare in modo che la bici torni alla sua funzione essenziale, che è quella di regalarci un po’ di serenità e di gioia, e non diventare l’ennesimo strumento di nevrosi;

una gravel, anche un modello top, costa meno, molto meno di una bici da corsa, perché il peso (che comunque non è mai eccessivo) non è la prima caratteristica a cui si guarda, e sappiamo bene che, oltre un certo livello, ogni grammo in meno su una bici fa uscire dal nostro portafogli 100 euro in più.

Infine, e sopratutto, la gravel è una bici straordinariamente versatile: basta montare due parafanghi e diventa un’eccellente bici da città: veloce, ma con un assetto comodo e ruote che permettono di affrontare anche il pavè più sconnesso (parlo, in questo caso, ai ciclisti milanesi) o le voragini nell’asfalto (stavolta mi sto rivolgendo ai ciclisti romani).

E’ molto più leggera di una city bike, e questo consente di usarla anche come  bici da corsa su asfalto, o come una mtb su tracce sterrate che non siano particolarmente tecniche.

 

Dimenticavo: la sua robustezza la rende ideale, montando il necessario, per diventare una perfetta bici da cicloturismo.

Intercettando un trend in rapida crescita e intuendo la grande versatilità di questo tipo di bici, Decathlon Italia ne ha appena messa in commercio una, la Triban 100, a un prezzo davvero incredibile (circa 250 euro).

Io l’ho provata (e a mia volta l’ho fatta provare) in città, e mi sono trovato davvero bene. Una pedalata veloce e filante, un telaio comodo, elastico e un assetto che, pur ricordando  quello di una bici da corsa è molto più morbido,. Insomma, come direbbe mio figlio (e lo ha detto) “  ‘sta bici è un trip!”

 

La seconda parte della prova (percorso misto asfalto/sterrato) la leggerete fra un paio di settimane, quando avrò tolto i punti che mi hanno messo alla caviglia, dopo aver rimosso placca e viti per una frattura al malleolo di un anno fa…

 

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