Stavolta comincio dalla fine, anzi dal giorno dopo mentre, sulla via del ritorno verso Milano, percorro in auto la piana di Montaperto, cioè il meglio dell’eleganza che il paesaggio del Chianti possa regalare. Davanti a me un ciclista con una vecchia bici da corsa sotto il culo, uno zaino enorme sopra la schiena e una borsa a tracolla. Aveva la pedalata lunga e distesa, il vento del primo mattino fra i capelli e un sorriso lieto stampato in viso. Con la sua gamba lunga e muscolosa  filava via veloce ma  era evidente che andar veloce non era il suo obiettivo, piuttosto il risultato naturale della somma fra la sua giovane età, la gamba allenata e il desiderio di godersi, pedalando, tutta la bellezza del mondo che il suo cuore riusciva a contenere e il Chianti a regalargli.

La bici era un mezzo cancello, e lo zaino che portava in spalla non pesava meno di 10 chili. Legato sullo zaino un materassino: il ragazzo l’Eroica era venuto a farsela campeggiando.

Ecco, quel ciclista incarnava perfettamente lo spirito “eroico” che mi ero goduto il giorno prima, pedalando per ore sotto la pioggia dentro uno dei paesaggi più belli del mondo.

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Per quel ragazzo, per me e per i seimila che hanno pedalato l’altro ieri all’Eroica il ciclismo è fatica, avventura, spirito cameratesco (quel giorno puoi pedalare anche senza un palmer di ricambio: appena buchi si fermano in quattro per aiutarti. Nelle Gran Fondo, ormai tutte avvelenate di agonismo cafone, se cadi ti finiscono con un colpo alla nuca).

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Se sei un ciclista “eroico” vai in bici per misurare quanto sei tosto (o, alla mia età, quanto è rimasta della mia scorza di  alpinista abruzzese), per scommettere con te stesso che ce la farai (a macinarli tutti, quei 210 chilometri, o  a non cedere alle rampette velenose delle Sante Marie scendendo dalla bici). E se sei un ciclista “eroico” pedali anche per tornare ad essere un animale dentro la Natura, perché l’Eroica alla Natura ha tolto la pellicola di cellophane per farci impastare di nuovo il tuo corpo,  rotolarci dentro.

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E senza il computerino che non si fa mai i cazzi suoi e documenta la performance secondo dopo secondo come un tirannello imbecille e saccente  ritrovi il tempo per vedere il sole che sorge dietro le Crete, la faccia irlandese del tipo che  ti supera in salita potente come un treno, o per fermarti e regalare la tua mantellina a una ciclista che ha dimenticato la sua, e batte i denti per il freddo ( per onestà devo dichiarare che non sono un uomo particolarmente generoso: ma se aveste visto la ciclista vi convincereste che qualunque eterosessuale in buona salute avrebbe fatto lo stesso, al posto mio).

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E’ la mia quarta Eroica, e  quest’anno temevo che l’acquisizione del format da parte di un gruppo di imprenditori togliesse alla manifestazione quello spirito speciale che la rende unica. Invece ho trovato l’Eroica di sempre, autentica, come al solito. Solo, in alcuni particolari, ancor meglio organizzato. Segno che si può crescere senza cambiare carattere. Chapeau!

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Speriamo che Unilever riesca a compiere lo stesso miracolo con Grom, che ha appena acquisito. Ma in Unilever non c’è Giancarlo Brocci, l’uomo che l’Eroica l’ha inventata e che da quarant’anni lavora (e combatte) per tornare a un ciclismo pulito, bello, umanistico, colto. Eroico. In realtà ho l’impressione che lui lavori (e combatta) per un mondo più pulito, bello, umanistico, colto. Insomma un  idealista, l’ultimo degli idealisti in un mondo in cui se parli di  ideali ti guardano come si guarda un povero fesso.

Anche l’altro ieri, dalle quattro e mezzo del mattino, Giancarlo era lì, a timbrare la partenza e a vederli uno a uno, tutti e seimila, i suoi “ciclisti eroici. ” Seimila son tanti, ma è la qualità di chi pedala con noi che mi piace, più che la quantità: guarda che facce!

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