Toronto è una città davvero sfortunata per l’uso quotidiano della bicicletta. Il Canada è lontano dall’Italia, ma nell’era della globalizzazione le idee e i sentimenti sul vivere urbano rischiano di essere gli stessi di Roma, o Milano. Guardare a Toronto, quindi, può servire per riflettere sui nostri stessi casi, e magari trovare soluzioni.

Nel delicato rapporto tra ciclisti sempre più in aumento (2,5Mln. abitanti / 500K ciclisti) e veicoli a motore, a Toronto il problema sembrano essere i sindaci, almeno dal 2010: prima Rob Ford, adesso John Tory, due avversari della bici. Il più famoso è Ford: durante il suo mandato, invece di farne, ha tolto le piste ciclabili dalla città. Una cosa che, per tornare alla globalizzazione, strisciava nel dibattito politico – certamente a un livello minore – anche a Milano.

“Ciò a cui paragono le piste ciclabili è nuotare con gli squali. Prima o poi ti mordono… Le strade sono fatte per gli autobus, le automobili e i camion, non per la gente in bicicletta. Mi dispiace moltissimo quando sento di qualcuno che muore, ma alla fine è colpa loro.”

Questo il Ford pensiero, giustificato dal fatto che – nonostante le vittime tra pedoni e ciclisti – a Toronto fosse invece in atto una “guerra alle auto“, un concetto che si fa purtroppo strada anche da noi. Anche il successore di Ford, John Tory, non dimostra di capire che un’atteggiamento anti-bici del genere non porta certo benefici alla città. Tory non vuole investire nelle piste sulle arterie principali, lasciando l’uso della bicicletta nel territorio del piccolo cabotaggio, anziché del commuting casa-lavoro vero e proprio. A Toronto, grazie a questa politica, da gennaio a settembre si sono registrati 864 incidenti tra ciclisti e conducenti di veicoli a motore.

Da quelle parti la vita è quindi dura per il ciclista, nonostante si contino anche forze favorevoli, come l’apostolato di livello internazionale di Gil Peñalosa per città “vibranti”, che muove proprio da Toronto; e soprattutto l’arte di arrangiarsi dei ciclisti di quella città. Warren Huska, uno specialista in comunicazione aziendale che percorre ogni giorno in bici 36 Km. andata e ritorno dall’ufficio, ha pensato a cosa potesse aiutarlo a non subire incidenti. Una legge, da poco entrata in vigore in Ontario, prevede che i veicoli a motore si tengano ad almeno un metro di distanza dalle biciclette.

I tubi galleggianti da piscina usati da Warren Huska per far rispettare la distanza dalla sua bici

I tubi galleggianti da piscina usati da Warren Huska per far rispettare la distanza dalla sua bici

Un buon assist, ha pensato Warren. – Come potrei fare per far rispettare almeno su di me questo provvedimento, che altrimenti rimarrebbe per lo più sulla carta? Ed ecco uscire fuori dalla fantasia a pedali l’ennesimo CycleHack, la “trovata per la bici”, da hack, un modo furbo, informale di gestire qualcosa, da cui hacker. Warren ha semplicemente attaccato alla bici uno di quei cilindri galleggianti (pool noodles) che si usano per imparare a nuotare, in modo che sporgesse alla sua sinistra.

La bici di Warren con il "pool noodle" il galleggiante da piscina che tiene alla larga le auto

La bici di Warren con il “pool noodle” il galleggiante da piscina che tiene alla larga le auto

“È quasi magico il modo in cui funziona” – ha dichiarato Warren all’«Evening Standard». “Le persone sono davvero isolate dentro i veicoli. Spesso non sanno neanche i dove arrivano i loro paraurti”. Ma gli automobilisti, quando lo superano, adesso tirano giù il finestrino per congratularsi. Certo, non è proprio il massimo della moda. Warren aggiunge: – “Non mi interessa apparire in modo gradevole. Mi interessa prima di tutto la mia sicurezza”. Buone pedalate, Warren.

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