Stamattina è morto Michele Scarponi, stella del ciclismo professionistico. È stato un frontale con un furgone, guidato da un suo conoscente a due passi da casa dove lo aspettava la moglie e i suoi due gemelli. Quella persona sembra che non abbia rispettato la precedenza. Adesso è imputato di omicidio stradale. Una fotocopia, la sua dichiarazione: uguale a mille altre. “Non l’ho visto”.

Michele Scarponi (ANSA)

I professionisti della bici sono obbligati a allenarsi sulla strada, la madre di tutti i ciclismi, magari proprio quella che sarà sede della prossima gara. Madre del ciclismo sportivo, di quello urbano, della ciclogistica, del cicloturismo. Sulle strade si vive, e si muore. A pagare sono i più deboli, dato che la legge vigente non è al passo con i tempi. È legge della giungla, quindi.

Perché i cittadini, che sono uguali davanti alla legge, sono intanto automobilisti, per la maggior parte. E di altri modi di spostarsi, di lavorare, o di allenarsi per lo sport forse non vogliono sentire parlare. Vogliono, piuttosto, che la strada sia la loro. Gli altri si arrangino. Prosperano le bassezze da social sui “ciclisti di merda” o al limite sugli “ecologisti del cazzo” che ben riflettono il sentimento dei più ostili non dico al cambiamento, ma anche solo a un comportamento civile. Si prendono tutta la strada, quei coglioni dei ciclisti, sono imprevedibili, lenti, ostacolano la velocità del mezzo principe, quello a motore.

Neanche a dirlo, una morte così, ha sollevato molte parole. Dolore, commozione, perfino rabbia. La mia, intanto, come credo sia chiaro. Spero che qualcuno, un giorno, avrà il coraggio di raccontare ai figli di Scarponi cosa realmente ha prodotto la loro solitudine. La mancata precedenza a un incrocio da parte di un lavoratore alla guida di un furgone? Non credo. È piuttosto la mancata attenzione da parte di molti, troppi governi al tema della sicurezza stradale.

Il veicolo che ha investito Scarponi (La Repubblica / ANSA)

Da qualche tempo, prima che Scarponi fosse constatato morto sulla scena dell’incidente, un  senatore della repubblica, Michelino Davico, tira fuori dal cappello una “leggina” geniale, una delle tante del nostro sistema legislativo, che scrive ventuno pagine al giorno. Quante di queste diventano poi legge dello stato? Una minima parte. Per ciò che riguarda la strada, è da più di due anni che una corposa riforma al Codice della Strada giace insabbiata al Senato, proprio il senato dove siede Davico. Che, in mancanza d’altro, propone che al sorpasso i ciclisti abbiano una distanza di rispetto di almeno 1,5 Mt. dai veicoli. Mentre una intera riforma giace, come ho detto, ferma in Senato. Credo che il Matteo Renzi ciclista per passione, per caso, o per convenienza di immagine elettorale, debba fare una riflessione su questo ritardo.

Scommetto che, sull’onda dell’oscena morte di Scarponi, sarà proprio questa norma del metro e mezzo ad essere approvata. Approvata, prima che altre e più sostanziali modifiche a un Codice della Strada, dove la bicicletta si chiama ancora velocipede, siano non solo messe in atto, ma prima di tutto comprese dalla società civile. Modifiche, di cui forse Davico non ha neanche sentito parlare. In altri paesi, quel metro e mezzo di rispetto è legge da tempo, oltre che costume. In altri paesi, i “ciclisti di merda” esistono molto meno. Esistono cittadini che sono prima di tutto pedoni, poi utenti del trasporto pubblico, poi ciclisti, poi conducenti di veicoli a motore.

Se fossi il presidente del consiglio dei ministri, o il presidente del Senato, comincerei da lì, con i due gemelli e la vedova Scarponi davanti. E forse anche con davanti il conducente di quel mezzo maledetto, al quale va tutta la mia misericordia, per quel che può servire.

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