L’altra notte, al passaggio di Babbo Natale nella mia strada, mi sono fermato a fare due chiacchiere con lui. Mi ero appostato per coglierlo in flagrante, con le mani nel sacco, come si dice, anche se lui il sacco lo svuota, invece di riempirlo come fanno i ladri. Si vedeva che andava di corsa, ma due minuti di pausa se li è presi volentieri, e ha finito per vuotare il sacco, appunto. Le renne erano visibilmente stanche, e un po’ di sosta ha fatto bene anche a loro.

– È lo smog, ha detto, – anno dopo anno è sempre peggio. Le renne mi si stancano subito, vanno in affanno dopo poche consegne. Non le dico poi per la navigazione, ormai non posso andare più a vista come facevo un tempo, ho dovuto dotare la slitta delle apparecchiature per il volo strumentale, non dico le spese, ma con la cortina di polveri sottili e gas tossici che attraverso non c’è altro modo di sapere dove sto andando. – Io stesso ho la tosse, la gola sempre irritata, continua Nicola (Babbo Natale si chiama così). – Devo mettermi anche gli occhialoni da pilota, altrimenti mi bruciano anche gli occhi.

Cos’è successo? È successo che in tutti questi anni non sono state prese misure efficaci contro l’inquinamento atmosferico, qui da noi. Quindi Nicola ha le sue brave beghe quando attraversa l’Italia. Roma e Milano hanno preso misure estreme, come interrompere il traffico veicolare privato per ridurre emissioni e particolato. Sono misure dovute, non scelte strategiche: quando le emissioni e il particolato vanno fuori controllo, le amministrazioni sono obbligate a prendere misure restrittive per la circolazione di automobili e motoveicoli privati, dando opportuna e tempestiva comunicazione ai cittadini della misura restrittiva. Leggere i commenti a queste scarne notizie – sui diversi account Twitter dei comuni, ad esempio – la dice lunga sul motivo per cui nelle città italiane l’inquinamento non fa che crescere, costantemente.

Emergono sostanzialmente due linee di reazione al divieto di usare la propria automobile. La prima è: “Non mi rompete i coglioni, io devo lavorare”. L’altra: “Tutte cazzate, sono i riscaldamenti il vero problema”. Mi chiedo come mai in altri paesi, quelli che hanno da tempo limitato drasticamente l’uso delle auto private in città, dove in molte delle quali puntano a toglierle praticamente del tutto, l’emergenza smog non ci sia mai, con i riscaldamenti domestici che vanno più che da noi, visto che parliamo del Nord Europa. Sarà perché non hanno una media di 600 auto ogni 1000 abitanti? O perché quando ce l’hanno – come la Germania, che ci segue abbastanza a ruota con 500 – fanno di tutto per non farle usare in città?

Sull’altra ossessione, quella del posto di lavoro che giustifica qualsiasi acquiescenza, a tutti i livelli, preferisco sorvolare. A Milano, che è un hub di trasporto pubblico locale, provinciale e regionale di livello non solo europeo ma internazionale, si vede anche evidenziata la difficoltà di chi “viene da fuori”, dove “i mezzi non ci sono”. Mi piacerebbe approfondire la mobilità di quei (pochi) milanesi, che deve evidentemente essere molto disagiata, ma non ho tempo perché anch’io devo lavorare. Per i romani, ad esempio, il discorso è diverso. Lì i mezzi pubblici non ci sono davvero. Come anche nella maggior parte del nostro paese.

Tornando a Babbo Natale, la vigilia stavo andando di corsa verso il supermercato, in ritardo sui miei doveri di bravo consumatore. Mi trotterellava dietro mia figlia piccola, che si chiede perché i grandi siano sempre così stressati. A una svolta, troviamo il marciapiede improvvisamente sbarrato da un’automobile enorme, a motore acceso. Una mamma con il passeggino faceva capolino dalla parte opposta senza riuscire a passare, mentre una signora anziana sacramentava ad alta voce. La tensione era palpabile. Era più di dieci minuti che quell’auto, con un signore chiuso dentro, occupava completamente il marciapiede, ed ecco finalmente il perché. Si apre il portone davanti all’auto, esce una mamma con un neonato in braccio, poi un nonno trascinando due grandi borse e un passeggino. Senza ascoltare le proteste degli altri, il corpulento papà esce dall’auto e inizia a caricare il tutto, mentre la mamma sistema il neonato nel seggiolino, lei sì un po’ imbarazzata da tutto quel malumore. Tutte quelle portiere aperte – anche il nonno ha qualcosa da sistemare – hanno alla fine bloccato anche il passaggio dei più agili. Del resto, il marciapiede è pieno di automobili parcheggiate, anche se non proprio in mezzo al passaggio. Il papà alla fine sbotta: – Non mi rompete le palle! Non vedete che ho un figlio piccolo? Tutti ci guardiamo. Io guardo mia figlia, l’altra mamma guarda nel suo passeggino. – Anche noi abbiamo figli! Diciamo in coro, sbalorditi. – Lei respira, anche! Insisto sarcastico, indicando mia figlia. Ho anche chiesto, polemicamente: – È questa la città che vuole per suo figlio? Il papà della grande auto ci pensa un attimo, poi risponde: – Sì.

Non sembra, ma il bruciore alla gola di Babbo Natale e di mia figlia, e la difficoltà di guardare oltre la punta del proprio naso, come fa quel papà e molti altri che incontro tutti i giorni, compresi quelli che fanno sarcasmo su Twitter o altri social media, sono collegate. Nicola mi dice infatti che oltre al malessere fisico, non riesce a lavorare. Il regalo del neonato di quel papà stava per non farcela a consegnarlo. La città non funziona bene neanche per lui con tutte quelle auto, sia in movimento che ferme, non solo per i bambini che non hanno dove giocare, gli anziani che sono costretti a stare in casa, i giovani che sono più stressati e demotivati, giorno dopo giorno. Una città inquinata non lavora bene, non produce ricchezza, prima di tutto per quelli che “devono lavorare”, come Babbo Natale.

Ecco perché anche i cinesi si sono dati una mossa, aderendo a COP21. I cinesi hanno un orizzonte di responsabilità che mette al primo posto il profitto, lo sappiamo, e stanno pagando a caro prezzo una recente deriva edonistica, ad esempio quella di aver abbandonato la mobilità ciclistica a favore della motorizzazione di massa. Per uscire dalla crisi ambientale nella quale siano dentro da qualche decennio serve uno scatto di responsabilità, adesso. Gli investimenti contenuti nel Collegato Ambientale alla legge di stabilità 2016 chiariscono come l’uso quotidiano, non solo ricreativo della bicicletta sia un asset finanziario per l’Italia, non solo una questione di immagine, che è pure essenziale. Se continuiamo a pagare le sanzioni europee per aver superato i limiti di inquinanti e PM 10 vuol dire che non stiamo onorando gli sforzi economici – condivisibili o meno che siano – del nostro governo, quindi anche i nostri, quelli che partono dalle nostre tasche. Rimbocchiamoci le maniche, e facciamo che questo sia l’ultimo Natale con i polmoni affaticati. Altrimenti d’ora in poi Nicola lo vedremo solo in TV, e bisognerà spiegarlo anche ai bambini.

 

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