Io e Giovanni ci siamo conosciuti un anno fa a una cena organizzata a casa mia. .

Arrivò con una bottiglia di vino e lo  sguardo malinconico e ironico da filosofo meridionale. Era salito fino al quarto piano con una strana bici da corsa, tutta rossa, più muscolosa e meno fighetta di una bici da strada, con delle grosse ruote tassellate. “E’ il prototipo di una Gravel su cui sto lavorando” ci spiegò prima di attaccare il primo piatto di ceci e cozze.
A volte un primo incontro contiene tutti gli ingredienti dei successivi. E non mi riferisco alle cozze.
Per la prima volta  sentivo parlare di bici gravel e quell’incontro, ciclisticamente parlando, mi ha cambiato la vita.

(…fine del flashback, l’immagine sfuma, decolla la musica, Mahler, adagetto quinta sinfonia. Si torna al presente, interno giorno, squilla il telefono).

Ciao Ercole, domenica ci facciamo un giro in montagna? Alpi svizzere, gallerie alpine, strade asfaltate senz’auto, e poi una salita tranquilla su sterrato fino al rifugio. Si scende dall’altra parte della valle. “
“E’ un bel giro?”
“houuffff!”
Giovanni è di poche parole, e quando può anche quelle poche parole preferisce sostituirle con una piega dello sguardo o con il suo “houufff”, l’espressione umana più versatile che la cultura occidentale abbia mai concepito per esprimere l’intera gamma delle emozioni umane. 

Per dirti che uno scatto fotografico gli è venuto bene (lui è fotografo di professione: ha lavorato nella moda per grandi case editrici, in pubblicità per importanti Multinazionali, ha fatto reportage per Cyclopride Italia: insomma, solo il top) dice “houufff”. La rabbia davanti allo spettacolo della sua Sicilia brutalizzata – lui è siciliano esule in Svizzera – la esprime con un “houfff” leggermente più dolente. Una bella donna che passa per strada merita un “houufff” leggero, quasi una carezza. E non riesce a vedere una bici fatta male senza che un “houufff” indignato gli esca di bocca.

Così sabato scorso alle sette del mattino ero con la mia Wilier gravel in auto verso Biasca, la porta della Val di Blenio, Canton Ticino, Svizzera. Giovanni mi aspettava a Lugano, con una Specialized d’acciaio nera che aveva la faccia di un mercenario in congedo.

foto di Ercole Giammarco

Abbiamo iniziato a pedalare verso nord, lungo il fiume Brenno, su una strada che saliva dolcemente verso Olivone, nel freddo pungente del primo mattino. Sotto le ruote l’asfalto nero e lucido dei tornanti in ombra e davanti ai nostri occhi il sole accecante che iniziava ad illuminare la valle .  Tutto intorno la “magnifica tavolozza dei colori autunnali”, come si sarebbe espresso il mio sussidiario delle scuole elementari.

Dopo Olivone e la sosta al minimarket (due battute molto svizzere con la cassiera e due panini al formaggio altrettanto svizzeri che ci sarebbero serviti come pranzo) inizia il primo sentiero, lungo le gole del Sesio.

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Foto: www.granciclismo.com

Il cuore comincia a pompare forte, il freddo dentro quella gola, chiusa alla luce, si fa intenso , e intensa la gioia di essere in montagna a pedalare: sono almeno tre anni che non vado a camminare in montagna e adesso, mentre pedalo su uno sterrato mi accorgo quanto mi sia mancato.

Un chilometro cattivissimo (boia chi molla) e si torna a pedalare veloci sull’asfalto, a Campo Blenio, verso la diga di Luzzone.

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Le dighe a me sono sempre piaciute. Sono imponenti come i paesaggi che le accolgono e quelle linee dritte, il grigio del cemento, le pareti lisce e altissime sembrano un’astrazione geometrica delle stesse forme severe della montagna.

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Giovanni arranca, non dice neanche più “houuff “per commentare la bellezza strana di quel paesaggio mezzo umano e mezzo divino.
Non ne ho più, proprio non sono allenato”.
” Cosa hai mangiato stamattina per colazione?”
“Un caffè e mezza banana”.
“ Grazie al (biiiiippppp!) che sei stanco. Mangiamo

Il mio amico appartiene all’aristocratico circolo dei GRDB ( Grandi Randagi Della Bicicletta): cavalieri di ventura che pedalano per andare, esplorare, perdersi (qualche volta ritrovarsi), essere altrove. Riesce a datare a colpo d’occhio un telaio d’acciaio, e ti dice anche il nome dell’artigiano che lo ha fatto.  Se gli si spezza la forcella (che probabilmente ha disegnato lui stesso)  in cima a un bricco delle Madonie sa come portare la ghirba, e la bicicletta, a casa. Ma anche ciclisti di questa tempra cadono prima o poi, come buona parte dei ciclisti più esperti, di fronte all’adagio “sacco vuoto non sta in piedi”.

Il panino sulla diga sparisce in un minuto, e col sole di una gloriosa giornata di Novembre che illumina il mondo intorno a noi risaliamo in bicicletta. E inizia l’incanto.
Bici in spalla (nel ciclocross lo chiamano “portage”) scendiamo le scale di servizio della diga  e atterriamo su una strada asfaltata con una pendenza da alpinismo estremo. La rampetta è breve e cattivissima.

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Poi la galleria alpina che mi era stata promessa.
E mentre pedalo nel buio, dentro le viscere di una montagna, capisco perché mi piace cosi tanto andare in bici cosi, e perché il Gravel è destinato a diventare oltre ogni ragionevole dubbio il ciclismo del prossimo decennio. Guardate qui:

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La galleria sbuca in Val Carassina, su un sentiero sterrato che resta tale fino al valico di Capanna Adula. E’ un lungo sentiero di montagna tutto sassi e ruscelli, sempre in ombra, col sole che illumina le montagne e i nevai lontani davanti a noi ma non ci raggiunge mai.

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La montagna, in autunno, prima della neve, è triste. Roccia nuda, scura, bagnata, senza il sorriso dell’estate o la luce accecante della neve. La morte della bella stagione è ancora nell’aria, e quel freddo che non ti accoglie ti ricorda quanto sei fragile li in mezzo. Quanto sei fragile ovunque tu sia.

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Subito dopo aver attraversato un ruscello arrivano due forature in simpatica, rapida sequenza. Tiro fuori le leve per smontare il copertone, ma un “houuff” che non ammette repliche alle mie spalle mi blocca. Giovanni prende la ruota, con un gesto gentile ma fermo rifiuta le leve che gli porgo e smonta il copertone in mezzo secondo. A mani nude. Cambia la camera d’aria e rimonta il copertone (stavolta in un secondo e mezzo). Io, in genere, impiego una ventina di minuti, uso tutte le leve che ho a disposizione e  una volta su due pizzico la camera d’aria e ricomincio da capo.

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foto:Giovanni www.granciclismo.com

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foto: Ercole Giammarco

Quando Vediamo Cappella di Termine, la chiesetta in pietra in cima al valico, il sole ormai è basso all’orizzonte. Mi aspetto (ci aspettiamo) un sentiero pedalabile anche dall’altra parte della valle. Invece c’è una mulattiera stretta e scoscesa che morde la parete verticale della valle fino giù, dove si intravede, lontanissimo (ma proprio lontanissimo) il nastro argenteo di un torrente.

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Mi faccio due conti: le bici ce le portiamo a spalla fino a valle (altro che portage); comincia a fare un freddo becco; fra un’ora è buio;  le nostre scarpe non sono esattamente scarponi da trekking e i nostri zaini non contengono niente di quello che un escursionista esperto si porta in montagna a fine ottobre. Vedo Giovanni che continua a fermarsi e a scattare tranquillo, a godersi la luce straordinaria di quel tramonto. Nessun cenno di preoccupazione. O è un alpinista che ne ha viste di tutti i colori, o di montagna non sa un belino.
Giò, ma tu in montagna ci vai?”
“ Sono stato una volta sulle Dolomiti con la gita scolastica a sedici anni. Bellissimo

…Buona la seconda: Giovanni di montagna non sa  un belino.

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…Arriviamo a valle che è buio fitto, dopo tre ore di discesa su una traccia che prima è scavata sulla roccia viva, poi entra nel bosco. E finalmente torniamo a pedalare. Di notte, col rumore del torrente che scorre accanto a noi, su un sentiero in leggera discesa.
Poi gli utimi 25 chilometri di asfalto, incrociando paesini già addormentati alle sette di sera, qualche luce al neon molto svizzera, nessuno in giro. Dopo tanta roccia ci sembra di pedalare sul velluto.

E alla fine eccola, la mia macchina, che ci aspetta fedele nel parcheggio di Biasco. Mai stato cosi contento di rivederla.

Cinquant’anni non è più l’età per fare queste cose qui”
“Houufff”. Che in questo caso voleva dire “E chi l’ha detto?”

Epilogo.

Il giorno dopo mi arriva questo sms : “ Io ho imparato qualcosa sulla montagna, tu qualcosa sul montaggio della gomme, entrambi abbiamo imparato che la (….) è altrove
Riempite la parentesi con la parola che preferite.

Cosa ne pensi?